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Gioventù Bruciata – I ribelli senza una causa

Di Washoe

Ci sono film che marcano un’epoca, vuoi perché intercettano i sentimenti di una generazione intera, vuoi perché segnano la consacrazione di una stella emergente. Gioventù Bruciata di Nicholas Ray (Rebel Without a Cause, “Ribelle senza un motivo” nella versione originale) è dotato di entrambi gli elementi: racconta da un lato il vuoto esistenziale percepito dai ragazzi dell’America degli anni cinquanta, impegnati in una ribellione contro il nulla sentita come una necessità forse proprio perché non era concesso loro neanche un motivo valido per disobbedire; e sancisce dall’altro l’ascesa nell’Olimpo di Hollywood del mito di James Dean, morto a soli ventiquattro anni in un incidente automobilistico poco prima dell’uscita della pellicola. La tragica e prematura fine del giovane attore ha contribuito senz’altro al successo di Rebel, ma ancora di più lo ha fatto il suo talento grezzo, che alle volte sembra quasi poter squarciare lo schermo, spinto da un’energia vitale e da una carica fuori dal comune; si può dire senza paura di sbagliare che senza di lui Gioventù Bruciata non avrebbe lo stesso fascino immutabile rimasto intatto dal 1955: James Dean è il film e il film è James Dean, l’uno non esiste senza l’altro, in un’identificazione totale che raramente si è vista nella storia del cinema.

Nicholas Ray

Jim Stark, la ribellione contro la famiglia

L’intro del film

Il protagonista è Jim Stark, ragazzo dal carattere difficile appena trasferitosi in una nuova città e in una nuova scuola. Da tempo ormai Jim ha perso del tutto la fiducia nei propri genitori: la madre è una donna bisbetica e dispotica, espressione della più tipica borghesia benpensante statunitense, che insiste nello sballottare il figlio di qua e di là per nascondere la vergogna per i suoi comportamenti; il padre è invece un uomo debole, succube della moglie, con una completa mancanza di spina dorsale che si manifesta in tutto il suo ridicolo nella scena grottesca in cui Jim lo ritrova con indosso un grembiule da donna. È proprio la figura del padre quella che più influenza il suo percorso di crescita, perché costituisce per lui il perfetto esempio di quello che non vuole diventare: un coniglio (chicken, pollo, nella versione originale). Non sopporta per questo quando qualcuno lo accusa di vigliaccheria, e coniglio è proprio l’unico epiteto che lo porta immancabilmente a perdere la testa e a mettersi nei guai. 

Il contrasto con la famiglia è evidente durante tutto il film, ma esplode impetuoso in due scene in particolare, nelle quali la vigorosa recitazione da teatro di Dean divampa in tutta  la sua potenza ruvida e selvaggia. La prima, ad inizio film, è la sequenza del commissariato di polizia, dove viene portato perché pizzicato, essendo minorenne, in giro ubriaco; ad un certo punto, esasperato dai litigi dei genitori che non si fermano neppure durante l’interrogatorio, il ragazzo prorompe in un grido straziante che è insieme una richiesta d’aiuto: 

You are tearing me apart! You,  you say one thing, then he says another and everybody changes back again!

Mi state facendo a pezzi! Tu, tu dici una cosa, poi lui ne dice un’altra e tutti quanti cambiano di nuovo versione!

Il poliziotto che assiste alla scena, il gentile Rey Fremick (Edward Platt),  lo prende da parte, e finalmente Jim si può sfogare, avendo trovato qualcuno che gli dimostri un po’ di comprensione;  all’uomo racconta del suo disprezzo per il padre, di cui non sopporta la debolezza e la voglia ossessiva di essere il suo “amichetto”: quello di cui sente di aver bisogno è piuttosto di un padre severo, che sappia insegnare cosa è giusto e cosa no e che sappia fare del figlio un uomo con dei valori.

La seconda scena, che costituisce il punto di svolta della narrazione, mostra il confronto con i suoi genitori dopo i tragici fatti della Sfida del Coniglio (Chicken Run). Nella sequenza, girata ai piedi delle scale di casa con inquadrature oblique e a volte malferme, in un climax di tensione che deflagra all’improvviso, Jim, di fronte all’ipocrisia della madre, chiede al padre di ergersi in sua difesa e di lottare al suo fianco per far valere ciò che è giusto contro ciò che è menzogna, bugia, omertà che salva le apparenze; distrutto dall’immobilismo dell’uomo, che resta seduto impotente, con la testa fra le mani, sopraffatto dalla propria viltà, sfoga su di lui tutta la sua frustrazione, prima di uscire teatralmente di scena dalla finestra del salotto.

La dolce Judy

La giovanissima Natalie Wood impegnata nel ruolo di Judy

Al fianco del protagonista c’è Judy, impersonata dagli occhioni dolci di un’allora giovanissima Natalie Wood; lei pure è in contrasto con il padre, il quale non accetta con il dovuto equilibrio il tempo che scorre e la figlia che diventa donna. Dietro ai comportamenti dell’uomo si può forse leggere qualcosa di più profondo, spaventevole, terribile: la paura cioè della sessualità della ragazza e di non saper tenere a freno i propri istinti sessuali, seppelliti sotto ad un’apparenza di onorevole padre di famiglia; timore che cerca di domare impedendo ogni contatto fisico tra di loro e con il divieto per lei di esprimere il fiorire del suo corpo (vietandole il rossetto, ad esempio). Anche la stessa Judy sembra non affrontare nella giusta maniera la propria crescita, ed è come se volesse acquisire i diritti degli adulti senza cedere in cambio i privilegi dei bambini; appare continuamente sperduta, indecisa nelle parole, nei pensieri, nei movimenti, persino negli sguardi, come se temesse di fare la mossa sbagliata e di essere giudicata per questo. Colpisce poi la freddezza che dimostra nel dimenticare il proprio ragazzo a poche ore dalla sua morte, mentre la velocità con cui si innamora di Jim appare quasi crudele; non è però altro che l’espressione del disprezzo per il vuoto della vita precedente al loro incontro, il cui improvviso stravolgimento la lascia insensibile (numb) poiché consapevole di come non le permettesse di mostrare il proprio vero volto.

Plato, un cucciolo abbandonato

Sal Mineo interpreta il problematico Plato

Oltre a Jim e a Judy s’include nella ristretta cerchia dei protagonisti un altro giovane problematico, che diventa il vero centro del film nei suoi drammatici minuti finali: John Crawford, detto Plato (Sal Mineo), introverso ragazzo di ricca famiglia che i genitori divorziati lasciano spesso da solo, con una domestica che per quanto amorevole non costituisce per lui un sostituto valido della madre lontana. Ad inizio film si trova nella stessa caserma in cui viene portato Jim, accusato di aver ucciso a colpi di pistola alcuni cuccioli di cane; Plato appare proprio come un cucciolo smarrito, alla perenne ricerca di affetto e di qualcuno che possa sostituire quella figura paterna di cui sente la mancanza. Trova questo qualcuno proprio in Jim Stark, tanto che comincia a seguirlo ovunque vada e mente sull’origine della loro amicizia; nella coppia Jim-Judy, poi, vede esattamente l’immagine di quella famiglia felice che tanto aveva sognato, e si addormenta sereno ai loro piedi come fanno i bambini quando si sentono al sicuro sotto allo sguardo amorevole dei genitori. Il ritrovarsi da solo a lottare contro tre energumeni lo riporta però alla realtà troppo velocemente e lo lascia sconvolto; si rende conto di quanto fosse illusoria l’immagine che si era creato («You are not my  father!», «Tu non sei mio padre!»), e il crollo del castello di carte che si era costruito nella sua ansia d’affetto è uno shock troppo grande da affrontare per un ragazzo tanto fragile.

Un film forte, frenetico e ad alta tensione

Quello che colpisce di Rebel sono la sua forza espressiva e i suoi colori potenti (come il rosso acceso della giacca che Dean indossa a metà film, trasformando quel capo d’abbigliamento nell’icona di una generazione intera), nonché i tempi narrativi frenetici, sfiancanti, violenti. La narrazione si svolge infatti in un lasso di tempo di circa ventiquattro ore, durante il quale succede davvero di tutto: l’arrivo nella nuova scuola, la rissa coi coltelli, la Sfida del Coniglio, la fuga di casa, le illusioni di Plato, l’amore sbocciato; i fatti si susseguono tanto rapidamente, in maniera così vorticosa che lo spettatore non ha nemmeno il tempo di interiorizzare quello che è appena successo, e non può far altro che lasciarsi trascinare dalla cruda energia dei giovani protagonisti. La regia di Nicholas Ray concede alcune pause, come nell’iconica scena del latte o nelle sequenze in cui i protagonisti si fermano a parlare per esprimere emozioni, rabbia e pensieri; ma anche quando la storia rallenta si ha sempre la sensazione che stia per succedere qualcosa, e nel momento esatto in cui lo spettatore comincia a rilassarsi ecco che ancora una volta il regista interviene a gamba tesa a far balzare nuovamente il cuore in gola.

Il destino tragico dei giovani attori e la vera anima del film

Da sinistra, Sal Mineo, James Dean e Natalie Wood

C’è in giro una leggenda che dice che Gioventù Bruciata sia un film maledetto, poiché i tre attori protagonisti hanno in comune una morte prematura e tragica: James Dean morì, come già detto, in un terribile incidente stradale; Natalie Wood se ne andò a soli quarantatré anni annegando in circostanze misteriose e mai chiarite (il decesso venne catalogato come incidente, ma era forse avvenuto in seguito ad un lite di gelosia con il marito); Sal Mineo fu invece assassinato con una coltellata al cuore a trentasette anni, e il movente rimane tutt’ora un mistero. Al di là delle dicerie, però, quel che è certo è che Gioventù Bruciata non ha perso un solo grammo del suo fascino anche a sessantacinque anni dall’uscita, grazie ad una forza che scaturisce dal fatto che il film stesso non abbia forse ben chiaro quello che vuole raccontare, come se stesse cercando di esprimere un tormento interiore per il quale non può trovare le parole, usando suoni, colori, gesti, versi. È come un adolescente che non riesce fare chiarezza con il mondo, alla perenne ricerca del proprio posto, del proprio tempo, dei propri sentimenti; non è insomma un film sui giovani, ma è la loro incarnazione, con le stesse passioni, le stesse ansie, le stesse paure.

È però un ragazzo che non potrà mai invecchiare, poiché la ribellione giovanile è un circolo che torna sempre a chiudersi su se stesso e ricomincia da capo ad ogni nuova generazione, come simboleggia il suono della sirena della polizia che non a caso apre e poi chiude la pellicola.

Rebel Without a Cause, un film eternamente giovane.

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