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Storia di un suicida, di un mandorlo e di un misterioso personaggio con un tascapane

Martino accarezzava delicatamente con la mano il cappio che aveva provveduto ad appendere al ramo più forte di un vecchissimo mandorlo rinsecchito. L’albero aveva tutta l’aria d’essere ormai morto; a quel punto della primavera sarebbe già dovuto essere tappezzato di fiori. Strattonando con forza la corda verificò che avrebbe retto il suo peso. Era una corda resistente, fatta di canapa, di quelle di una volta. L’aveva trovata sotto il portico di una vecchia cascina, nell’ora in cui probabilmente gli anziani proprietari stavano facendo il loro abituale riposino dopo il pranzo. Si trovava solo, lungo una stradina sterrata, in una zona di campagna poco frequentata. A poche centinaia di metri stava il fiume, e poteva sentire le sue acque che sferzavano senza pietà le pietre del letto. Era appena primavera e probabilmente l’acqua era fresca come la neve. Quando era ragazzo amava fare il bagno nei fiumi, ma era ormai un ricordo inutile, come inutili erano tutte le altre reminescenze del passato. Anzi, erano pericolose, poiché erano tutto ciò che ancora lo teneva aggrappato alla vita, insieme alla paura. Perché sì, aveva una paura tremenda di morire, di non trovare altro che il buio; ma credeva di avere ormai toccato il fondo, e di non aver più nessuno scopo per cui vivere. Eppure, mentre tirava la dura materia grezza della corda, una voce profonda nella sua coscienza lo implorava di ripensarci. E mentre guardava lontano attraverso l’ovale del cappio, verso le montagne placide e distanti e indifferenti, una voce proveniente dalle sue spalle lo riportò sulla Terra.

«Non penserete mica  di ammazzarvi a stomaco vuoto?»

Martino si girò e si trovò di fronte un uomo che non aveva mai visto prima. Non era vecchio, ma aveva  occhi scurissimi, zigomi alti e larghi, e ai lati della bocca due pieghe già profonde; il labbro superiore era molto alto e pareva sforzarsi a coprire i denti sporgenti. Aveva mani dure, dita a spatola, unghie spesse e taglienti come conchiglie nere. Gli spazi tra pollice e indice, e le palme, erano lucidi di calli. Nel viso abbronzato era scavato un ghigno astuto, e in testa portava un cappellaccio grigio sporco e sdrucito. Teneva le mani appese alle bretelle di jersey, e a tracolla portava una specie di tascapane di tela. Martino lo osservò sconcertato: era stato colto in flagrante, e l’uomo non ci aveva messo mezzo secondo ad indovinare le sue intenzioni. Il suo sguardo si fece duro come il granito. 

«Quello che voglio fare non deve importarle.»

L’uomo  esplose in una risata sguaiata.

«Avete pienamente ragione, e io non ho nessuna intenzione di ficcare il naso nei vostri maledettissimi affari. Le grane che vi hanno portato qui non sono decisamente affar mio. Però credo personalmente che nessun uomo dovrebbe essere costretto a morire a stomaco vuoto, e  voi avete tutta la faccia di chi non mangia nulla da stamattina. Non provate a negarlo ché a me non la si fa. E poi,  morire alla luce del sole non è dignitoso, è sempre meglio andarsene di notte, perlomeno quando ci si vuole impiccare, così non si dà fastidio a nessuno. Ormai non manca molto al tramonto, per cui potreste passare le vostre ultime mezz’ore  con me, accanto a un fuoco e con un bel coniglio arrostito tra  le mani.»

Martino guardò il disco del sole che si stava colorando di arancione, e che era ormai in procinto di baciare le creste dei monti. Si guardò le mani secche e ruvide, se le strofinò, e in un unico, grande sospiro disse: «E va bene, tanto suppongo che ormai non mi lascerà morire in pace.» 

Il ghigno dell’uomo si trasformò in un sorriso soddisfatto, e gli occhi acuti iniziarono a rovistare la campagna circostante.

«Vediamo, dovrei avere piazzato una trappola proprio… »

Si  sporse dietro a un piccolo arbusto di sanguinello, armeggiò per qualche secondo e riemerse mostrando trionfante una giovane lepre grigia.

«Questa farà al caso nostro, e si aggiunge a quella che ho già qui nel tascapane. Così ne avremo una a testa. Diamine, ho già l’acquolina. Raccogliamo un po’ di rami secchi per il fuoco, su, che non sto più nella pelle.»

Martino eseguì gli ordini più per curiosità che per fame. I due uomini si separarono e si  incontrarono ciascuno con il proprio fascio di rami secchi.

«Voi, ehm…  come avete detto che vi chiamate?»

«Non l’ho detto. Mi chiamo Martino.» 

«Bene, Martino. Poco più in là ho trovato un vecchio mucchio di legna; forse qualcuno l’aveva accatastata e poi  per qualche strano motivo si è scordato di venirla a prendere. Potrà esserci utile, queste ramaglie che abbiamo raccolto ci serviranno solo per appiccare il fuoco.»

In pochissimi minuti di assoluto silenzio raggiunsero il posto. Era un piccolo spiazzo, a pochi passi dal fiume, praticamente sgombro dall’erba.  Dopo aver creato un piccolo cerchio di pietre, non lontano dalla catasta di legna, vi gettarono le ramaglie che avevano raccolto, e l’uomo gli passò una scatoletta di fiammiferi.

«Toh, accendi il fuoco, mentre io ripulisco le lepri.»

Mentre sceglieva i rami più piccoli per potervi appiccare le fiamme, Martino osservava il suo nuovo compare il quale, sedutosi su di una roccia, tirò fuori dal tascapane l’altra lepre e un lungo coltello col manico di legno. Poi, con movimenti  sapienti e precisi, prese a scuoiare i conigli. La pelle venne via facilmente; poi tagliò la testa e i piedi delle povere bestiole e, dopo aver praticato un taglio sul loro ventre, estrasse le interiora con la mano e le gettò lontano. In seguito, prese un lungo fil di ferro sempre dal  tascapane, che pareva non aver fondo, e vi infilzò le due lepri; poi afferrò due rami un po’ più robusti e ne incise la punta, in modo da farne la sede per quello spiedo di fortuna. Li piantò accanto al fuoco e vi assicurò il fil di ferro con i due conigli, e cominciò a farli ruotare su se stessi. 

«Ci vorrà un attimo prima che cuociano, così avrete il tempo di raccontarmi la vostra storia e magari io di raccontarvi la mia.» 

«L’avverto che non si tratta di una storia particolarmente interessante.»

«Non importa. Sapete, anzi sai, non t’importa vero che mi prenda un po’ di confidenza? Certo che no. Sai, stavo dicendo, che una volta conoscevo un predicatore che non è che raccontasse tante belle storie, e parlava, parlava tantissimo; eppure io lo stavo a sentire e mi ha insegnato molto, sulla vita e sul mondo e tutto il resto. Ecco, dopo aver incontrato lui ho capito che non esistono storie che non si possono ascoltare, ma che tutte, persino quelle noiose, servono a qualcosa. Ah, diavolo di un predicatore, lui sì che parlava, e parlava pure giusto.»

Mentre parlava disegnava con un ramoscello geroglifici indecifrabili sul terreno, e poi li cancellava con un colpo di piede per ricominciare da capo.

«Scusami, ti ho interrotto. Racconta pure.»

Le ombre si erano allungate a dismisura, e il fuoco crepitava e lanciava attorno i suoi bagliori caldi. Il sole era quasi del tutto nascosto dietro alle montagne. Martino cominciò a raccontare, senza guardare il volto dell’uomo seduto accanto a lui, che dal canto suo non perdeva di vista le lepri che lentamente stavano prendendo colore.

«Ecco, devi sapere che fino a qualche mese fa la mia era una bella vita. Cioè, insomma, una vita dignitosa. Avevo una famiglia, una casa, un lavoro.»

«Dove, in campagna?»

«No. In una fabbrica di pneumatici. Era faticoso, ma quando il lavoro non lo hai più ti accorgi improvvisamente di come quel sudore avesse un buon sapore, dopo tutto. Pensa che fino a poco tempo fa credevo che queste fossero solo stronzate, ed ora te le sto dicendo a te.»

«E ti hanno lasciato a casa?»

«Sì, e con me altre duecento persone. Se ne sono arrivati come dei ladri, di notte, con qualche camion, hanno fatto caricare i macchinari e li hanno portati chissà dove, ad est, forse in Polonia o in Ungheria. Là il lavoro non costa nulla, e noi qui abbiamo pretese assurde, come un orario dignitoso e le ferie pagate.»

«Non mi è nuova questa. Poi, quando gli chiedi spiegazioni, ti parlano di profitto e scaricano le responsabilità, vero?»

«Vero, e…»

«E ti dicono di metterti nei loro panni, che a loro conviene così e mille altre storie. Però loro nei panni dei poveracci non si mettono.»

Martino restò per qualche secondo a guardare le goccioline di grasso che colavano dalle lepri ed esplodevano nelle fiamme. In sottofondo il borbottio del fiume era accompagnato da qualche grillo precoce, che aveva già osato uscire dal rifugio invernale.

«È esattamente così che è andata. È successo anche a te?»

«Qualcosa di simile. Alla mia famiglia però hanno confiscato le terre. Diavolo, li avrei ammazzati tutti, quei figli di cagna. Ci hanno obbligato a mollare tutto e andarcene, così, da un giorno all’altro, nel nome delle banche. E non uno che si fosse preso qualche responsabilità: parlavano di mostri a tante teste e di non so che. Razza di cani. Siamo dovuti partire tutti insieme, e il nonno non ce l’ha fatta. Era una cosa sola con la sua terra e quando l’hanno fatto partire è morto, come muore un albero se lo stacchi dalle radici. Almeno, questo è quello che ci ha spiegato il predicatore. Un brav’uomo, quel predicatore, ci ero affezionato come ci si affeziona ad un cagnetto quando si è bambini.» Fece una pausa. Un sussulto di dignità ricacciò indietro una lacrima un po’ troppo audace. «Ce l’hanno ammazzato, il nonno.»

Sentendolo parlare, anche Martino pensò a suo nonno, e si ricordò di una frase che questi gli aveva rivolto molti anni prima: «Sai, molti pensano il contrario, ma la luce del sole ci impedisce di vedere il vero volto delle persone. Mette in evidenza le linee, è vero, ma ne cancella le ombre. Vedi, le ombre sono un lato importante di noi, perché ci parlano dei fantasmi del nostro passato, anche quando proviamo a tenerli nascosti.» Ora che il sole era completamente sparito e che la luce proveniva solo dalle fiamme agitate, Martino si fermò ad osservare meglio le sfumature di quel viso che prima aveva guardato senza porvi troppa attenzione. L’uomo doveva avere circa trent’anni, ma i solchi che ne attraversavano la fronte e le guance, la pelle che sembrava spessa come il cuoio, tutto lasciava pensare che avesse attraversato cent’anni di battaglia e mille di sofferenza. Una guancia era segnata da un’antica cicatrice, e il naso pendeva leggermente di lato e portava le tracce delle evidenti botte ricevute.

«Non ho una bella faccia, vero?»

Martino distolse lo sguardo in un moto d’imbarazzo.

«Scusami, non volevo. È che…»

«Lo so, le cicatrici catturano l’occhio. Non sei il primo a cui succede, e non sarai l’ultimo. Ne ho viste troppe per arrabbiarmi per questo. Puoi stare tranquillo, davvero. Se me la fossi presa avresti già quel sasso piantato nel cranio.»

L’uomo rise e Martino si sforzò di sorridere, ma non era sicuro di sapere dove finisse lo scherzo e dove cominciasse la verità.

«Comunque, mi stavi dicendo che hai perso il lavoro. E poi, cos’è successo?»

«Il matrimonio ha cominciato un lento naufragio. Non hai idea di quanto sia più facile amare quando si sta bene. Io non riuscivo a trovare lavoro e mia moglie con il passare del tempo diventava sempre più gelida. Quasi non mi rivolgeva la parola e quando arrivava la notte si addormentava di schiena. Sentivo di essere sposato con una statua di marmo.»

L’uomo prese un pezzo di legno e lo aggiunse al fuoco.

«Direi che i conigli sono quasi cotti a puntino. Continua.»

«Cominciai a bere. Ogni sera, prendevo una bottiglia dalla dispensa, un bicchiere, e cominciavo a tracannare. Whisky, rum, grappa, genepì. Le bottiglie se ne andavano che era un piacere. Volevo uccidere il mostro che si agitava nelle mie interiora, ma così semplicemente lo addormentavo. E il giorno dopo era lì, a tormentarmi le giornate. Però almeno per quelle poche ore di ubriacatura non sentivo dolore. Non ero felice, ma almeno non soffrivo. Era il mio anestetico.»

«Mi ricorda la storia di mio zio, povero diavolo. E tua moglie come le prendeva le tue sbornie?»

«Male. Alcune sere si limitava ad urlarmi addosso, con i bambini nella loro cameretta a tapparsi le orecchie.»

«Hai dei figli?»

«Sì.»

«Ah, brutta storia.»

«Già. E quando le urla non la soddisfacevano, prendeva il suo mattarello di legno e me lo dava in testa. Una, dieci, cento volte.»

«Cristo santo. Si sarebbe meritata una bella manata sulla bocca, di quelle che ti fanno stare zitta per un bel po’.»

«Forse, ma io non reagivo. Non sono il tipo. E poi ero completamente stordito. Avrebbe potuto accoltellarmi e sarei rimasto lì, seduto al mio posto. Non me ne sarei nemmeno accorto.»

«Io non mi sarei tenuto e sarei tornato dritto dritto in prigione.»

Tornato? Martino si chiese chi diavolo fosse l’uomo seduto accanto a lui. Forse lo avrebbe dovuto temere, eppure la sua figura era inquietante e amichevole insieme. Se ne stava lì, accoccolato su quel sasso, a far ruotare le lepri e a stuzzicarle col suo coltellaccio.

«Poi, all’improvviso, mia moglie ha chiesto il divorzio. S’è presa un pescecane d’un avvocato, di quelli bravi, perché sapeva che le spese legali le avrei pagate io. E questo pescecane non ha avuto difficoltà a convincere il giudice del fatto che io fossi un pericoloso alcolista e un violento. Alcolista posso capirlo; ma violento? Non ho mai torto un capello a mia moglie, neanche uno! Purtroppo però è una tesi semplice da credere, oggigiorno.» Si prese la testa tra le mani, e le sue parole si facevano strada a fatica tra le dita. «Mi ha preso tutto: l’auto, la casa, tutto. Ma soprattutto si è portata via i miei figli. Dovresti vederli, due bambini bellissimi. Cazzo, gli voglio un bene dell’anima.»

«Quanti anni hanno?»

«Due e cinque. Non me li lascia nemmeno vedere, perché secondo il giudice sono pericoloso. Sono piccoli, capisci? Tra qualche anno non ricorderanno più la mia voce, le mie carezze. Diventerò un estraneo; arriveranno a dubitare della mia stessa esistenza. Erano due bimbi dolcissimi, ridevano così spesso… anche se negli ultimi tempi avevano patito la situazione. Sentire tua madre urlare e vedere tuo padre ubriaco non ti fa certo rimanere sereno.»

«E non hai provato ad avvicinarti lo stesso? Dovrai pur riuscire almeno a salutarli.»

«Macché. Se mi avvicino quella chiama i Carabinieri e mi sbattono dentro.»

«E allora? Forse ne vale la pena. E poi non è così male passare del tempo al fresco. Si imparano tante cose ascoltando chi sta dentro. Quel diavolo d’un predicatore ha avuto un’illuminazione in prigione. Ha parlato con gente che era finita in gattabuia perché aveva fame e quando è uscito era tutta un’altra persona.»

«Ma dì un po’, questo predicatore, lo avrai già nominato dieci volte, chi era?»

«Era un grande uomo, il più grande con cui io abbia mai parlato, per quanto ne capisca. A dire il vero s’arrabbierebbe a sentire che ancora lo chiamo predicatore, ma non ci posso fare nulla. Aveva perso la fede, lui. Una mattina si era svegliato e semplicemente non era più un predicatore. Provava a pregare, e sentiva di parlare al vento. Aveva passato un po’ di tempo in solitudine, per pensare. Io non ho mai pensato più di tanto, a pensar troppo ci s’intristisce e si diventa pazzi.»

L’uomo fece una pausa e riprese a disegnare nel terreno con un legnetto.

«E quest’uomo, che fine ha fatto?»

«Si è messo in testa che la sua missione fosse quella di aiutare i poveracci, gli sfruttati, quelli che non hanno nulla. E così è arrivato un poliziotto e l’ha ucciso a bastonate. Quello sbirro era in combutta con i padroni, te lo dico io.»

«Quali padroni?»

«I padroni delle terre. All’epoca, nel posto da cui vengo, i braccianti agricoli li pagavano una miseria, non riuscivi nemmeno a sfamarti. Però c’erano così tante persone che cercavano lavoro nei campi e che morivano di fame, che se tu avessi mollato il posto il padrone ne avrebbe subito trovato un altro disposto a prendere la metà. Tu dirai, e perché la gente non si metteva d’accordo? Facile. Per scioperare devi avere un capo, uno che si faccia portavoce di tutti. Ma se qualcuno provava ad alzarsi in piedi e a proporsi, ecco che quelli urlavano: “Guardate, un rosso di merda!” Prendevano e lo sbattevano in prigione, così, senza pensarci più di tanto; gli sbirri erano corrotti, dal primo all’ultimo. Dicevano che li pagavano ad ogni arresto, giusto o ingiusto che fosse. Chi finiva al fresco non poteva più sfamare i propri figli. Capisci perché non si trovava nessuno? Questo predicatore l’ha fatto, lui che figli non ne aveva, si è proposto ed è stato ammazzato. Io ero lì, ho visto quello sbirro che continuava a martellargli le tempie con un bastone.»

L’uomo si fece scuro in volto. Sembrava fosse difficile, per lui, rievocare quelle scene.

«Ecco, di fronte a quel cane che ammazzava un uomo che non aveva fatto assolutamente niente, cioè, guardando il mio amico lì, morto, con il cranio spaccato, non c’ho visto più e ho preso il bastone allo sbirro e l’ho ammazzato. Diavolo, non mi ricordo nulla di quel momento. Ma quando sono tornato in me e ho visto il poliziotto con il cranio maciullato mi sono subito reso conto di quello che avevo fatto. Ho dovuto abbandonare la mia famiglia perché non potevo metterli nei guai. Sono dovuto fuggire lontano, ma prima ho giurato a mia madre e a me stesso che non avrei mai smesso di lottare per i più deboli. Le ho promesso che sarei stato lì, nel buio, dovunque ci fosse uno sbirro che picchia a sangue un poveraccio, dovunque ci fosse qualcuno che lotta per il cibo. Le promisi che sarei stato nella risata che i bambini fanno quando sono affamati e sanno che la cena è pronta. Le ho promesso che sarei stato dovunque ci fosse un padre che lotta per i suoi figli. Questo le ho promesso.»

Poi l’uomo sembrò risvegliarsi da una specie di trance e si ricordò delle lepri. Tirò fuori un po’ di sale dal tascapane e glielo gettò sopra.

«Ora sì che sono cotte a puntino. È ora di cena!»

Martino guardò il suo compare che con il coltellaccio tagliava via grossi pezzi di carne e li infilzava sopra a due lunghi spiedini.

«Tu hai patito la fame?»

«Sì. Ma la cosa peggiore è che ho visto degli scheletri di bambini con gli occhi luccicanti che imploravano per un cucchiaio di brodo di bollito. Ho visto mio fratellino di dieci anni con la pelle gialla per la malnutrizione. L’ho visto mangiare le pesche che doveva raccogliere, perché aveva fame, e mangiarne così tante che gli è venuta la diarrea. Non posso sopportare la vista di un bambino che soffre per la crudeltà di pochi ignobili.»

«Ma tutto questo dove è successo? Quando?»

«È successo molto tempo fa, in un posto lontano da qui. Ma non è questo che conta.» L’uomo smise per un secondo di tagliare le lepri e si fermò a guardarlo, e gli parlava con il coltello alzato. «Sai, io ho un fuoco dentro di me, e non si spegnerà fino a quando esisterà una qualche forma d’ingiustizia. La mia missione è quella di incontrare le persone che stanno perdendo questo fuoco, che stanno perdendo la voglia di lottare. Dopo tutto quello che ho passato io, nessun uomo dovrà mai darsi per vinto. Mai.»

«È per questo che sei venuto da me?»

«Tu stavi per impiccarti. Nessuno dovrebbe mai arrivare a tanto, specie quando ha dei figli da proteggere.»

«Io i miei figli non li posso nemmeno vedere.»

«E tu per questo ti sei arreso? Diavolo, fagli vedere di che pasta sei fatto. Di che cosa hai paura? Di finire dentro? Non li vedrai comunque, ma almeno sapranno che hai lottato per loro.»

Martino distolse lo sguardo e lo gettò nell’oscurità, senza rispondere. Il canto dei grilli si era fatto più intenso, e ora gli dava quasi il mal di testa.

«Non ha senso. Ho già perso in partenza. La mia ex moglie ha la legge dalla sua. Sarebbe come voler sfondare un muro a testate.»

«La legge? La legge! Solo perché una regola è legge non significa che sia giusta. Le regole le fanno gli uomini, e quando sono ingiuste vanno distrutte, fatte a pezzi con le unghie e con i denti se necessario. Tu sei stato vittima di un incravattato che ha manipolato le leggi ed i fatti per il tornaconto suo e della sua cliente. Vuoi permettergli di farla franca? Una bella mazzata sul muso, ecco cosa si merita.»

«Sei un idealista. Non posso vincere.»

«E allora perdi, ma con dignità, come un uomo. Non ho abbandonato la mia famiglia e combattuto per anni contro i nemici più diversi per vedere te arrenderti senza neanche provare a lottare.»

Martino si accartocciava sempre più in se stesso, come fanno le tartarughe quando fiutano il pericolo, e teneva lo sguardo incollato alle punte dei piedi.

«Lasciami in pace. Tu non mi conosci. Non sai chi sono. Non posso vincere.»

Con uno scatto fulmineo, l’uomo lo prese per il bavero e piantò gli occhi neri nei suoi. Da quella distanza Martino poteva quasi vedere davvero il fuoco ardere dentro di lui.

«Dannazione, Martino! Che razza di uomo sei? Ti ammazzerei qui con le mie stesse mani, se non fosse che sto proprio cercando di evitare che tu muoia.»

«E allora fallo, cosa aspetti? Non ho nessun motivo per restare qui.»

Dal nulla, l’uomo lo colpì con un pugno dritto sul naso che lo fece cadere per terra, e in un balzo gli fu sopra ad impedirgli la fuga.

«Combatti!»

E gli mollò un altro pugno.

«Alzati, verme!»

Un altro. Il sangue cominciò ad uscire copioso dal naso di Martino.

«Codardo!»

Un altro cazzotto, questa volta sull’occhio, che si colorò immediatamente di viola.

«Coniglio di uomo! Dì la verità, dei tuoi figlioli non ti importa.»

Un altro pugno sul naso. I grilli avevano improvvisamente fatto silenzio, e il rumore del fiume quasi non si sentiva più. Sembrava che tutta la campagna fosse sospesa in ascolto.

«Cane!»

«Ora basta!»

Martino riuscì ad alzarsi e a scaraventare via il suo avversario, che non ebbe il tempo di riaversi dallo stupore prima di ricevere anche lui un pugno in pieno volto.

«Non sai nulla di me, non hai la più pallida idea di quanto io ami i miei figli. Dio solo sa cosa farei per loro, tu sei solo uno sconosciuto che vuole farmi la morale. Avresti dovuto lasciarmi morire in pace!»

Si scagliò su di lui, ma proprio in quel momento l’uomo fece scattare la lama di un coltello a serramanico che teneva in tasca. Martino si bloccò. L’uomo lo guardò, e non c’era traccia di cattiveria sul suo volto, ma solo di compassione.

«Perché ti sei fermato? Vedi che dopo tutto non hai tanta voglia di morire?»

Per alcuni momenti interminabili Martino rimase immobile, a fissare il coltello a pochi centimetri dal suo ventre; poi, all’improvviso, si lasciò cadere a terra e prese a singhiozzare con forza. Le lacrime si mischiavano con il sudore e con il sangue che ancora colava dal naso, creando un miscuglio rossastro che cadeva a colorare il terreno. L’altro uomo gettò via il coltello e lentamente gli si avvicinò.

«Mi dispiace di averti aggredito. Mi dispiace di averti fatto sanguinare. Però ora hai scoperto di non avere davvero intenzione di morire. Non hai idea di quanti se ne rendono conto dopo essersi lasciati cadere da un ponte, o dopo essersi appesi al cappio; e allora vengono presi dal rimorso e dall’angoscia, ma ormai è troppo tardi e non hanno più la possibilità di salvarsi.»

Martino si mise ritto e lo guardò negli occhi. Il fuoco nelle sue pupille non c’era più; al suo posto un’infinita ed umana compassione.

«Aspetta qui.»

L’uomo frugò ancora nel tascapane, prese una piccola scodella di alluminio e andò a raccogliere un poco di acqua fredda dal fiume. Gliela porse a Martino, che si lavò il volto insanguinato.

«È vero. Non voglio morire. Amo i miei figli.» Fece qualche istante di pausa, come se volesse assaporare tutta la carica emotiva di ciò che stava per dire. «E farò di tutto per riaverli. Però non è facile. Non è per niente facile.»

«Non ho mai detto che sarà facile. Credi che sia stato facile per me veder morire il mio amico, e dover lasciare la famiglia? Credi che sia stato facile dedicare la mia esistenza alla lotta, invece di metter su casa come fanno tutti i bravi cristiani?» Raccolse il cappello, che gli era caduto nella colluttazione, e lo scosse con vigore da tutta la polvere che aveva raccolto. Poi indicò il fuoco con un movimento imperioso della mano. «Ora siediti e mangiamo ‘sti benedetti conigli.»

Martino mangiò con appetito, mentre l’uomo lo guardava soddisfatto. Quando ebbero finito pestarono quello che restava del falò, per spegnerlo. La luna piena era sorta nel cielo stellato e sgombro da nuvole, e regalava a i due uomini una flebile luce pallida che illuminava i loro passi, mentre tornavano verso il mandorlo rinsecchito dove tutto era cominciato. Non parlavano più; non ce n’era bisogno. L’uomo poteva sentire il fuoco vitale bruciare di nuovo dentro a Martino, e ne era felice. Quando raggiunsero l’albero videro che il cappio era sparito. Martino lo cercò nei dintorni, ma non riuscì a trovarlo.

«Strano, l’avevo legato stretto.»

«Non importa, non ti serve più. Non ti serviva neanche prima. Dove andrai, stanotte?»

«Tornerò alla cinquecento scassata che mi fa da casa e da camera da letto. Poi domani cercherò lavoro; tra poco cominceranno i lavori più grossi nei campi.»

«E i tuoi figli?»

«Dovrò convincere il giudice che si è sbagliato; se serve lo seguirò fino a casa. Se gli resta un briciolo di umanità capirà le mie ragioni. E se non lo farà, lavorerò come un mulo e mi pagherò un avvocato decente. La battaglia è appena cominciata.»

«Buona fortuna.»

Martino sorrise, e porse la mano all’uomo che gli aveva salvato la vita.

«Grazie. Non mi viene nient’altro da dire. Non ti ringrazierò mai abbastanza.»

Fu sul punto di voltarsi, ma all’improvviso si ricordò di una cosa.

«Aspetta, mi hai ridato la vita e non so nemmeno il tuo nome. Un giorno dovrò raccontare di te ai miei figli, e voglio che sappiano come ti chiami. Chi sei?»

L’uomo si tolse il cappellaccio e lo usò per darsi una ripulita al volto; poi se lo rimise sul capo e lo sistemò con uno strattone grossolano. Sputò per terra, guardò Martino e sorrise.

«Sono Tom. Tom Joad.»

«Ah, buona questa. Tom Joad? Ti chiami come quel Tom Joad?»

Si girò confuso verso il mandorlo.

«Tu sei quel Tom Joad!»

Si voltò di nuovo, e il suo compagno era sparito nel nulla.

Guardò il mandorlo rinsecchito. Lo credeva morto, ma un dettaglio attirò la sua attenzione. Su uno dei rami più alti, illuminato dalla luna , vide che era germogliato un piccolo fiore bianco. Lo guardò con una vaga sensazione di speranza. Sorrise.

Washoe

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