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Ricordati di Chico – La storia di Chico Mendes, angelo dell’Amazzonia

I signori della morte hanno detto sì, l’albero più bello è stato abbattuto.

I signori della morte non vogliono capire, non si uccide la vita, la memoria resta.

I Nomadi – Ricordati di Chico
Chico Mendes in un momento di tenerezza con il figlio Sandino

Siamo in Amazzonia, l’enorme macchia verde che respira nel cuore del Sudamerica e del mondo. Sotto alle sue fronde si nasconde la maggiore biodiversità possibile sulla faccia della Terra: arbusti rigogliosi, grandi alberi secolari, specie animali mai viste. Tra queste, ce n’è una in particolare che attira l’attenzione: è un piccolo uccello, simile ad un passerotto, dal colore verde oliva; vive in una zona estremamente ristretta della selva, chiusa tra i fiumi Madeira, Roosevelt, Aripuanã e Madeirinha. La scarsa estensione del suo habitat è la sua fragilità più grande, perché se questo venisse distrutto la specie intera sarebbe probabilmente condannata a sparire. Fortunatamente, negli ultimi anni una buona fetta dei suoi territori è stata resa riserva indigena; provvedimento che, a meno di revoche scellerate, dovrebbe riuscire a proteggerla dall’estinzione. Per questo motivo quel piccolo uccellino verde è stato battezzato con un nome molto particolare: si chiama Zimmerius chicomendesi e deve la sua denominazione ad un angelo dell’Amazzonia, un uomo che consacrò la propria vita alla salvaguardia della foresta e che fu per questo barbaramente assassinato nel 1988. Il suo nome era Francisco Alves Mendes Filho, detto Chico.

Il piccolo Zimmerius chicomendesi

La giovinezza di Chico e l’inizio della distruzione della foresta

Chico nacque nel 1944 in una famiglia povera di seringueiros, gli estrattori di caucciù che ancora oggi mungono con sapienza gli snelli alberi della gomma dell’Amazzonia per estrarvi il prezioso lattice naturale. Crebbe in un contesto di vita semplice e di comunione con la foresta, in cui l’istruzione fu però carente; per questo non imparò a leggere fino all’età di diciannove anni, quando il militante di sinistra Euclides Távora lo prese sotto la propria ala e ne diventò il maestro. Crescendo, Chico assistette impotente alle politiche aggressive del regime militare che negli anni sessanta si era impadronito del potere in Brasile: una dittatura crudele che mirava a trasformare l’Amazzonia in un grande bacino di profitto. I brasiliani cominciarono in quegli anni a stuprare la foresta, a distruggerla con i macchinari e con il fuoco, per costruire grandi autostrade e allevamenti di bestiame; immediatamente, come squali che fiutano il sangue, giunsero nella zona le grandi multinazionali, che con l’aiuto dei fazendeiros, i potenti proprietari terrieri, cominciarono a stritolare i piccoli agricoltori e i seringueiros, e a cacciarli con prepotenza dalle terre che gli erano appartenute per decenni; terre che avevano sempre amato e rispettato, munto e non spremuto.

Gli empates e i primi arresti

Chico Mendes capì presto che non poteva stare a guardare mentre la sua gente e la sua foresta venivano brutalmente schiacciate e bruciate. Cominciò allora la sua partecipazione al Sindicato dos Trabalhadores Rurais de Brasiléia e ne divenne il segretario, facendosi principale promotore degli empates, le manifestazioni pacifiche nelle quali i manifestanti usavano i loro stessi corpi come scudi per proteggere le piante. Inizialmente le iniziative di protesta risultarono efficaci, ma ben presto Chico e i suoi compagni si ritrovarono a fare i conti con la corruzione delle autorità locali, che cominciarono ad intervenire con la forza per sgomberare gli scioperi e proteggere gli interessi dei grandi proprietari terrieri. Lo stesso Mendes venne arrestato e torturato con l’ingiusta accusa di sovversione e, osteggiato dai leader politici locali e dalla polizia, non fu mai in grado di denunciare le torture subite.

Le minacce e la sua missione personale

Nonostante le minacce di morte che cominciavano a piovergli addosso, formulate in larga parte dai fazendeiros, Chico non si lasciava intimorire e proseguiva con coraggio nella sua lotta, persuaso di come ci fosse in gioco non solo il destino degli abitanti della foresta e dei seringueiros, ma quello del mondo intero.

«All’inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l’umanità.»

Fondò, insieme al futuro presidente del Brasile Lula e ad altre importanti personalità politiche, il Partido dos Trabalhadores, che però non fu in grado di proteggerlo dalla crescente veemenza degli attacchi dei proprietari terrieri, che riuscirono a farlo processare per un omicidio che non aveva commesso. Da questo e da altri processi, montati ad arte dai suoi nemici per dimostrargli di avere sotto il proprio controllo persino l’autorità pubblica, fu prosciolto per totale mancanza di prove.

Il riconoscimento internazionale

I processi ebbero però l’effetto di far crescere l’attenzione dell’opinione pubblica per le vicende di quel baffuto ecologista brasiliano, e piano piano il mondo cominciò ad interessarsi alla sua causa; nel frattempo, la mente instancabile di Chico era sempre al lavoro, e aveva escogitato una nuova via per la salvaguardia dell’Amazzonia: la creazione di riserve estrattive. Si trattava di porzioni di foresta rese proprietà collettiva e protette dalla deforestazione, dalle quali indios e seringueiros potevano trarre sostentamento grazie al lattice, alla frutta, alle noci e a tutti gli altri doni degli alberi, che venivano raccolti e venduti in maniera del tutto sostenibile. Con la forza delle sue iniziative riuscì finalmente a far sentire la sua voce e ad attirare l’attenzione delle Nazioni Unite, che inviò una delegazione ad indagare sulle accuse che l’attivista aveva mosso contro le grandi multinazionali che investivano in Brasile; in seguito intraprese una sorta di tournée negli Stati Uniti, il paese dal quale provenivano i maggiori flussi di denaro, arrivando a parlare di fronte al Congresso e riuscendo a mobilitare l’opinione pubblica nordamericana. I suoi discorsi riscossero un grande successo, tanto che alcune banche decisero di ritirare i propri investimenti in Amazzonia; i fazendeiros, vedendo i propri introiti ridursi pericolosamente, cominciarono ad accusare pubblicamente Chico Mendes di ostacolare il progresso, ma l’opinione pubblica mondiale si era ormai schierata dalla sua parte.

Un assassinio annunciato

A quel punto, com’era inevitabile, le minacce di morte si moltiplicarono ma, nonostante gli omicidi di attivisti e sindacalisti fossero già avvenuti a centinaia e fossero rimasti tutti impuniti, nessuno aveva ancora avuto il coraggio di attentare alla vita del personaggio simbolo della lotta. Tuttavia la situazione cambiò drasticamente nel 1988, quando Chico ottenne la creazione di una riserva estrattiva nello stato di Acre, nelle terre confiscate alla potente famiglia Alves da Silva. I due capi famiglia, i fratelli Darly e Alvarinho, avevano già ricevuto precedentemente un mandato di cattura nello stato del Paraná, ma la loro amicizia con il delegato della Polizia Federale di Acre aveva permesso loro di restare a piede libero e di giurare vendetta verso Chico; fu proprio Darly a commissionare il suo omicidio, che fu eseguito materialmente dal figlio Darcy. Qualche giorno prima di essere ucciso, Mendes aveva accusato in un intervista al Jornal do Brasil proprio i suoi futuri assassini di voler attentare alla sua vita; ciò che colpisce non è solo la sua lungimiranza, ma anche ciò che accadde all’intervista, che non venne pubblicata fino a dopo la sua morte. Secondo la versione ufficiale del giornale l’articolo fu archiviato perché Chico, all’epoca un personaggio molto popolare in Brasile, non fu ritenuto dalla direzione una “personalità rilevante”; è chiaro però come le ombre attorno alle reali motivazioni dietro a questa scelta non si siano mai diradate.

Gli anni successivi al suo omicidio

Nella medesima intervista Chico pronunciò un’altra frase che si rivelò anch’essa quasi profetica. Disse infatti:

«Se descesse um enviado dos céus e me garantisse que minha morte iria fortalecer nossa luta até que valeria a pena. Mas a experiência nos ensina o contrário. Então eu quero viver. Ato público e enterro numeroso não salvarão a Amazônia. Quero viver

«Se discendesse un inviato del cielo e mi garantisse che la mia morte rafforzerebbe la nostra lotta ne varrebbe pure la pena. Ma l’esperienza ci insegna il contrario. Quindi io voglio vivere. Cerimonie pubbliche e funerali partecipati non salveranno l’Amazzonia. Voglio vivere.»

In effetti, sebbene i suoi assassini fossero stati condannati a diciannove anni di prigione, il suo fu uno dei pochissimi casi in cui un processo venne portato a termine, e le condanne furono spinte più che altro dall’attenzione che il mondo rivolse alla vicenda; quando i riflettori si spensero gli omicidi continuarono, e la maggior parte restano tutt’ora impuniti, con intere indagini intrappolate nelle sabbie mobili della paura e della corruzione. Negli anni successivi poi poco fu fatto in Brasile per salvare la foresta, anzi: oggi le iniziative del governo Bolsonaro vanno esattamente nella direzione opposta e impongono una presa di posizione netta da parte del mondo e delle Nazioni Unite. Purtroppo, come aveva predetto egli stesso, la morte di Chico non è servita a salvare la foresta, che ad oggi continua ad essere mutilata sotto il colpi del profitto e dell’interesse personale.

L’eredità di Chico Mendes

La sua memoria però non è stata uccisa con lui, e il suo volto sorridente rivive in tutti coloro che hanno a cuore il futuro del pianeta. Negli anni sono stati in tanti a ricordarlo, come Luis Sepúlveda, il quale gli ha dedicato il romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, o i tanti musicisti che si sono sentiti in dovere di dedicargli una traccia in un proprio album. Tra questi, spiccano in Italia i Nomadi con la loro Ricordati di Chico, la cui strofa iniziale ha aperto questo articolo; e vorrei chiuderlo ancora con le parole di questa canzone, affinché risuonino come un augurio rivolto all’umanità intera. E se davvero sorgerà il giorno in cui l’uomo e la foresta vivranno insieme, nell’armonia in cui questo pianeta ci è stato consegnato, ricordiamoci di lui, dell’angelo dell’Amazzonia; ricordiamoci dell’uomo che ha dato la vita per salvare gli alberi e tutte le specie animali che li abitano, come il piccolo e fragile Zimmerius chicomendesi.

Ricordiamoci di un amico; ricordiamoci di Chico.

Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti,

prima che l’idea trionfi, senza che nessuno muoia,

forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme,

speriamo che quel giorno ci siano ancora.

E se quel giorno arriverà, ricordati di un amico

morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico.

Washoe

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