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Nessuno scrive al colonnello – Gabriel García Márquez

Nessuno scrive al colonnello

Di Washoe

Parigi,1956. Un giovane giornalista colombiano, Gabriel García Márquez, si trova in Europa come inviato di un quotidiano del suo paese, El Espectador, quando la giunta militare di Gustavo Rojas Pinilla chiude il giornale. García Márquez si ritrova all’improvviso senza un lavoro e in terra straniera: con sorpresa di tutti i conoscenti si precipita a farsi rimborsare il biglietto aereo e si rinchiude in uno stanzino, dove scrive un romanzo breve piuttosto significativo nella sua storia letteraria: Nessuno scrive al colonnello (El coronel no tiene quien le escriba, 1958).

«Io avevo il biglietto di ritorno per la Colombia. Allora andai alla compagnia aerea e me lo feci rimborsare. Mi diedero denaro liquido, lo misi nel comodino, e finalmente realizzai il primo sogno della mia vita, che era potermi sedere a scrivere senza che nessuno mi rompesse le palle.»

Gabriel García Márquez in un’intervista di Germán Castro Caycedo del 1976

Il colonnello, la pensione…

La trama del romanzo è molto semplice: un vecchio colonnello e la moglie aspettano con ansia una pensione che non arriverà mai. Il colonnello aveva servito nella Guerra dei Mille giorni sotto il comando di Aureliano Buendía (il nome dice qualcosa? Sì, è lo stesso personaggio di Cent’anni di solitudine, uscito nove anni dopo), e nei trattati di pace con cui si era concluso il conflitto era stata prevista una pensione per tutti i veterani di entrambi gli schieramenti. Promessa che, come molte altre cose in Colombia, si perde tra i governi e le scartoffie, tra colonne di pratiche che ammuffiscono negli sgabuzzini dei burocrati; ogni venerdì il vecchio si reca all’ufficio postale in attesa dell’agognata lettera con cui verrebbe annunciata l’assegnazione della pensione, e ogni venerdì torna a casa con la testa bassa e a mani vuote.

«Niente per il colonnello?»

Il colonnello si sentì terrorizzato. L’impiegato si buttò il sacco sulla spalla, scese dal marciapiede e rispose senza girare la testa:

«Al colonnello non scrive nessuno.»

Garcia Marquez giovane
Un giovane García Márquez (fonte: calledelorco)

… e il gallo

Mentre attende invano la lettera, la coppia deve fare i salti mortali per sopravvivere, tra i violenti attacchi d’asma della donna e le magrissime finanze familiari. Come se non bastasse, hanno da mantenere un gallo da combattimento appartenuto al figlio Agustín, ammazzato tempo prima dall’esercito in una retata della repressione del dissenso contro il governo: l’animale è tutto ciò che resta loro del figlio perduto, e vi si aggrappano come al più prezioso dei tesori. Stufa di togliersi il cibo dalla bocca per darlo al gallo, però, ad un certo punto la moglie intima al colonnello di vendere l’animale; il vecchio non ci riuscirà mai, da un lato perché convinto del fatto che vendere il gallo sarebbe come ammazzare Agustín una seconda volta; dall’altro, perché spera di ricavarci qualche cosa facendolo combattere nell’arena.

La vera storia dietro a Nessuno scrive al colonnello

La bellezza di Nessuno scrive al colonnello, e il motivo per cui è un romanzo tanto caro a García Márquez, va ricercata nel processo narrativo, che ha visto l’autore essere nella condizione eccezionale di non doversi inventare nulla. Il colonnello che aspetta la pensione descrive perfettamente, infatti, gli ultimi anni della vita del nonno dello scrittore, veterano della vera Guerra dei Mille Giorni: per moltissimi anni Nicolás, questo era il suo nome, rimase in attesa che arrivasse il compenso promesso agli ex combattenti, e morì aspettando.

«Quando mio nonno morì, mia nonna mi disse: “Tuo nonno morì aspettando la sua pensione di veterano, però io non mi preoccupo perché a voi arriverà, e se non arriverà a te arriverà ai tuoi figli”. Una pensione che non arrivò mai!»

Gabriel García Márquez in un’intervista di Germán Castro Caycedo del 1976

La dolce illusione che accompagnò gli ultimi anni di vita dei nonni parve a García Márquez il soggetto perfetto per una commedia, e infatti cominciò a scrivere l’opera come tale. Tuttavia, a mano a mano che procedeva nella stesura, l’autore sentiva che l’idea iniziale si stava trasformando in qualcos’altro. Si trovava, come detto, a Parigi, e le sue finanze consistevano in quei pochi soldi del rimborso del biglietto aereo che aveva riposto nel cassetto del comodino: ogni giorno pescava da lì e ogni giorno il livello scendeva, fino a quando si ritrovò a raschiare il fondo. Pensò allora di chiedere aiuto per lettera agli amici in giro per il mondo, ma quando scendeva a controllare la posta non trovava mai nulla nella cassetta: si scoprì allora a vivere sulla propria pelle la storia del nonno e del colonnello, e inevitabilmente la commedia si trasformò in quel piccolo romanzo che venne pubblicato un paio d’anni più tardi.

«Incominciai a mandare SOS agli amici. Vivevo al settimo piano, in un palazzo senza ascensore, e io scendevo e vedevo che non c’erano lettere, e mentre tornavo su aggiungevo un’altra pagina alla storia che stavo scrivendo.»

Gabriel García Márquez in un’intervista di Germán Castro Caycedo del 1976
Garcia Marquez nonni
Nicolás Ricardo Márquez Mejía e Tranquilina Iguarán Cotes, i nonni di Gabriel García Márquez (fonte: elpais)

«Il mio capolavoro»

Mentre scriveva, insomma, García Márquez si rendeva conto ogni volta di più di come ciò che metteva su carta corrispondesse perfettamente alla realtà in cui era calato, facilitando il compito di rendere attraverso le parole il sentimento vago di speranza che teneva in vita il protagonista del romanzo. Per questo motivo, l’autore di Aracataca era convinto che Nessuno scrive al colonnello fosse il suo vero capolavoro, andando (come sua abitudine) controcorrente rispetto ai critici, che preferivano indicare come sua opera maestra Cent’anni di solitudine o L’autunno del patriarca. Per lui la scrittura era un mezzo per comunicare sentimenti, sensazioni, ansie, e quel momento di straordinaria corrispondenza tra soggetto della narrazione e vita vissuta era lo strumento migliore per tradurre nei fatti la sua concezione della letteratura.

La fantasia come strumento necessario di sopravvivenza

Il vecchio protagonista finisce così per essere un personaggio estremamente tragico, che intenerisce per un’ingenuità di fondo che lo porta a vivere immerso in un’illusione. Ma non è assolutamente corretto affermare che il colonnello non sia capace di guardare in faccia la realtà: lui sa farlo, ma non vuole, per una sorta di istinto di sopravvivenza; se si guardasse intorno senza filtri si renderebbe conto della desolazione in cui si trova intrappolato, senza un soldo bucato e con un figlio morto da poco.

«L’illusione non si mangia» disse la donna.

«Non si mangia, ma alimenta» ribatté il colonnello.

Mentre la donna cerca di riportarlo sulla terra credendolo preda di fantasticherie senza fondamento, lui dimostra la sua superiorità intellettuale, essendo in grado di riconoscere quanto la fantasia (perché quello è ormai la pensione: un prodotto della fantasia) sia uno strumento potente per sopravvivere alla crudeltà del mondo.

I simboli in Nessuno scrive al colonnello

Per quanto riguarda la pensione e il gallo da combattimento, essi hanno nell’opera il ruolo di simboli, che García Márquez utilizza per rappresentare le false speranze e le bugie populiste che impediscono all’America Latina di uscire dalla condizione di arretratezza in cui si trova. La scarsità di mezzi, gli imprenditori disonesti e sciacalli, i politici chiacchieroni e corrotti, la lentezza della burocrazia sono le problematiche endemiche nel continente che si possono ritrovare in un modo o nell’altro in Nessuno scrive al colonnello, e che il protagonista affronta alla maniera dei suoi conterranei: senza agire, aggrappandosi a delle illusioni (la pensione e il gallo), aspettando seduto all’ufficio postale nell’attesa che succeda qualche cosa. Perché la fantasia sì, aiuta a sopravvivere; ma se non è accompagnata dall’azione non può certo migliorare le cose.

Galli da combattimento
Un’immagine di galli da combattimento (fonte: voce)

Le differenze con le altre opere di García Márquez

Si tratta di un simbolismo molto concreto, anticipazione mitigata di quello spinto al limite in altri capolavori come i già citati Cent’anni di solitudine o L’autunno del patriarca, densi di immagini allegoriche spesso di difficilissima interpretazione. È tuttavia significativo che García Márquez manifesti già in Nessuno scrive al colonnello una propensione all’uso del simbolo, uno dei pochi caratteri del romanzo che si possono ricondurre in qualche maniera alla sua produzione successiva: non si trovano infatti gli elementi magici che lo caratterizzeranno in seguito, né la sua ricercatezza (che diventa a volte audacia) nel linguaggio, né la gestione creativa dello spazio-tempo. Se si vogliono usare dei metri di paragone, in quest’opera García Márquez è vicino più all’asciuttezza di Hemingway che ai ricami di Faulkner, il quale sarà un’influenza importante negli anni a seguire. Non manca però nemmeno qui il tema della solitudine caro all’autore colombiano, e forse si può dire che il vecchio protagonista sia uno dei personaggi più profondamente soli della sua produzione; merito probabilmente di quella congiunzione astrale di cui García Márquez andava tanto fiero.

Nessuno scrive al colonnello
Un’immagine da una rappresentazione teatrale dell’opera (fonte: timeout)

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