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Lo scintillio dell’acqua

Un racconto di Antonino Geraci

Era stato un giorno tiepido, luminoso, con un cielo terso animato da qualche pennellata di bianco. Uno di quei giorni che sembrano di primavera, ma qualcosa lascia dentro una malinconia che, inarrestabile, ricorda di essere in settembre. Forse è l’assenza degli odori nell’aria, o forse sono solo gli alberi, le cui fronde iniziano a virare impercettibilmente al giallo. Aveva iniziato a comporre il numero per poi bloccarsi infinite volte, fino a che l’aveva chiamata fissando l’appuntamento per la sera. Aveva posteggiato la macchina lontano qualche isolato e si era incamminato evitando le strade più trafficate. Attento a non essere visto aveva suonato al portone. Lara l’aveva accolto dietro la porta semichiusa, a piedi nudi, con gli slip e una maglietta con una profonda apertura sul seno, i capelli sciolti. Si erano diretti subito nella camera, senza una parola. Seduti sul letto, lei aspra gli aveva ricordato dei soldi, del video che avrebbe inviato a sua moglie se non gli avesse dato la somma richiesta. Giorgio l’aveva guardata negli occhi, con uno scatto le aveva messo una mano sulla bocca, l’aveva spinta sul letto. Riverso su di lei, aveva afferrato il cuscino e con forza le aveva coperto il viso. Le aveva fermato le gambe con le sue, e aveva continuato a premere. Non sapeva quanto a lungo; si era fermato solo quando ogni resistenza era finita. Riversa sul letto, pareva quasi una foglia che era stata agitata dal vento fino a un istante prima, e che ora giaceva immobile ai piedi dell’albero. Gli tornarono alla mente le foto viste su internet, i primi scambi di battute sulla chat. E poi la sua voce al telefono.

***

L’idea di iscriversi a un sito internet d’incontri si affacciò lieve, coma una farfalla che si posa su un sottile filo d’erba. Poi insistente, sempre più presente risuonò nei suoi pensieri come i passi in un lungo corridoio deserto. Cercò di scacciare l’idea, poi cercò giustificazioni. Sentì il bisogno impellente di godere senza vincoli di una donna, di abbeverarsi della bellezza, uscire e scardinare per un momento il corso della quotidianità sempre uguale. Trascorse diverse notti davanti allo schermo del computer, immerso nel silenzio della casa. Scorreva le foto leggendo i profili e le descrizioni. Una notte rischiò di essere scoperto dalla moglie. La vide davanti a sé, all’improvviso, silenziosa, con lo sguardo assonnato, i capelli arruffati. La maglietta scivolata su una spalla.

«Ma cosa fai ancora alzato al computer a quest’ora?» La voce era impastata dal sonno.

«Niente! Sto leggendo degli articoli». Rispose sforzandosi di nascondere l’imbarazzo, mentre chiudeva la pagina. Lei si era girata ed era tornata a dormire.

Poi trovò quell’invito. Il nome Lara rievocava letture giovanili, grandi passioni trascinate dagli eventi della storia. E poi pianure infinite, distese di neve. Rispose d’impulso, con il cuore come un martello. Riversò sulla tastiera l’ansia di vita che sentiva. Scambi di battute, dialoghi che come i sorrisi adolescenziali delle compagne di classe lasciavano aperta la possibilità a future promesse. Le conversazioni con Lara gli tolsero il peso delle delusioni e delle fatiche di ogni giorno. Passò le giornate aspettando il momento in cui si sarebbe risentito con Lara. Poi arrivò la richiesta del numero di cellulare. Lara chiese di incontrarsi, dicendo che era giunto il momento di conoscersi, di parlare seduti a un tavolo nella confusione di un locale. L’indomani, subito dopo pranzo, si appartò e telefonò. Si sorprese a pensare che la voce che sentiva al telefono avesse gli echi del vento che soffia tagliente, delle pianure fredde e innevate dove forse era nata e vissuta prima di venire a vivere in una metropoli, fredda anche se di rado innevata. Insieme alla voglia di trasgressione, percepì dentro di se un vago senso di colpa per il tradimento dell’immagine di padre e marito irreprensibile che mostrava agli altri, amici, colleghi di lavoro, familiari. Ma nonostante questo sentimento, quasi con euforia, si sentì spinto a continuare. Ormai avvertiva il bisogno urgente di intraprendere qualcosa di nuovo, quasi come al sole caldo dell’estate, sulla spiaggia, si sente il bisogno di immergersi nell’acqua del mare. Si ripeteva: «Non sto facendo niente d’irreparabile, chissà quanti fanno lo stesso dietro le facciate delle loro vite pubbliche». E poi ancora: «Sarà solo un incontro innocente, parleremo bevendo qualcosa, e niente di più».

Qualche volta negli ultimi mesi era stato in un locale in centro, alla fine della giornata di lavoro, prima di tornare a casa. Beveva una birra, magari in compagnia di un collega, continuando a parlare di lavoro. Oppure qualche volta da solo. Le ragazze eleganti, ma con la faccia segnata dalla fatica del giorno, discutevano a gruppi. Donne più mature sedute con un collega, forse in procinto di tradire mariti distratti, stemperavano la responsabilità di figli e famiglia. Il vocio e le risa si mescolavano con la musica, e spesso qualcuno si metteva a ballare tra i tavoli. Decisero di incontrarsi in quel locale, fissando l’incontro per la sera. Dopo pranzo Giorgio telefonò alla moglie e disse che c’era stato un imprevisto, e si sarebbe attardato in ufficio. Non si sentì in ansia, ma provò forte la curiosità di scoprire come sarebbe stato. La trasgressione che si stava concedendo aveva fatto affiorare prepotenti desideri.

Il sole stava affondato dietro i palazzi. Le sagome nere si stagliavano contro un cielo di porpora. In alto, cavi elettrici correvano tracciando intricate ragnatele, e come ricami contrastavano sul rosso dello sfondo. Le automobili viaggiavano lente, quasi atomi del mondo, e allo stesso tempo mondi isolati. Le ombre arrossate si spegnevano, mentre le luci delle strade cominciavano a lanciare riflessi all’interno dell’automobile. Il locale era pieno di gente per l’aperitivo. Giorgio si fermò fuori ad aspettare. L’insegna gettava il suo bagliore acido sulla sera e un lembo di cielo manteneva ancora un chiarore bluastro, che il buio faticava a coprire. La vide arrivare, riconoscendola. Richiamò la sua attenzione con un cenno della mano. Lara rispose con un sorriso, che sembrò timido. Giorgio pensò che gli occhi fossero più chiari di quanto avesse immaginato dalle foto. Alla luce dell’insegna del locale la vide in trasparenza, morbida, le labbra ciclamino sulla pelle chiara, i capelli biondi raccolti che, in parte sfuggenti, ricadevano sul viso. Il seno sembrava imbrigliato a forza nella camicetta, e sulla pelle si adagiava una piccola perla. Fu inondato dal suo profumo. Aspirò avido.

«Ciao. Finalmente ci incontriamo,» disse Giorgio. E le parole gli risuonarono subito banali. Si scambiarono due baci di saluto.

«Ciao. Scusa se sono un po’ in ritardo.»

Il viso di Lara si aprì ancora in un sorriso, che a Giorgio richiamò subito alla mente lo scintillio dell’acqua che scorre al sole. I suoi pensieri vagarono. Corpi di donne al sole del mattino, letti disfatti nella penombra di stanze sature di afrori femminili, muscoli tesi umidi di sudore, come ricoperti di rugiada. Immaginò bellezze sfuggenti e corpi accaldati. Entrarono e si sedettero. L’ambiente rimbombava di risa e di voci. Ordinarono da bere.

«Mi hai detto che sei già stata in questo locale, mi pare.» Giorgio provò a sovrastare il rumore, e si avvicinò all’orecchio di lei.

«Sì. Qualche volta. Servono degli ottimi aperitivi.»

Lara si appoggiò al tavolo, e continuò: «Raccontami un po’ di te. Anzi, raccontiamoci!» Restò un attimo sospesa. «È vero che ormai ci conosciamo, ma in realtà non abbiamo mai parlato!»

Si ritrovarono a parlare senza imbarazzo, come se ci fosse già stata una lunga frequentazione, nonostante i loro contatti fossero avvenuti solo sulla chat. L’alcol intanto aveva allentato la tensione. Parlarono del loro presente, dei loro sogni d’infanzia, dei ricordi di bambini. Dell’adolescenza tradita, della famiglia che impegnava il tempo della vita. Poi si accorsero che la serata era trascorsa. Giorgio si offrì di accompagnarla a casa. Uscirono sulla strada affollata.

«La macchina è vicina. Cinque minuti.»

«Va bene così… Faccio sempre volentieri una passeggiata a piedi.» La voce di Lara vibrava di allegria.

Un leggero vento animava le fronde degli alberi sul largo marciapiede. Risuonavano le risate dei gruppi di ragazzi. Davanti ai locali, fermi con le bottiglie di birra tra le mani, parlavano di sogni e di avventure, con la presunzione che la giovinezza fosse uno stato immutabile, una virtù dono degli dei, del tutto ignari della fugacità di quei momenti. Giorgio fu raggiunto dai ricordi, le serate fuori di casa, le ore di discussione con gli amici. Con sorpresa si accorse di non ricordare più di cosa si parlava aspettando l’alba. Salirono in macchina. La città iniziò a scorrere, le luci sembravano accarezzare i loro volti. Giorgio parlava, e vedeva le luci posarsi sul corpo di lei. Nel buio dell’automobile, colmo di parole, la radio rimandava le note di una tromba senza vibrato. Lara rideva.

«Siamo quasi arrivati. Al prossimo semaforo gira a destra». La sua voce risuonò su un assolo di pianoforte. Giorgio seguì le indicazione.

«Ecco! Abito in questo palazzo. Fermati pure qui.»

E smorzando il sorriso continuò: «Vuoi salire un po’, prima di tornare a casa?»

Usciti dall’automobile, Lara lo prese per mano, lo guidò fino all’ascensore, e poi aperta la porta entrarono. Si buttarono sul divano. Giorgio riuscì appena a scorgere l’ampio soggiorno, alcuni quadri, forse dei paesaggi alle pareti, un grande televisore, il divano bianco su cui si buttarono avvinghiati nella foga di togliersi i vestiti. Ebbe la netta sensazione della colpa che s’impadroniva della sua vita, ma ancora una volta cercò di ricacciarla nel fondo dei suoi pensieri. Fu come tenere immerso nell’acqua qualcosa di troppo leggero per andare a fondo. Come sempre accade dopo aver percorso con l’immaginazione un avvenimento atteso, quando tutto si compie si rimane storditi, sull’orlo di un tempo ormai vuoto. Ed era proprio il vuoto nei pensieri che percepì mentre, dopo essersi salutati, sentì nitido lo scatto della porta che si chiudeva alle sue spalle. Non poté fare a meno di chiamarla il giorno successivo. Non era riuscito a togliersi dalla mente l’immagine di Lara neanche per un minuto durante la giornata. Si rividero a casa di lei il pomeriggio. Si salutarono davanti alla porta, quando ormai la sera aveva steso il suo velo.

«Ci sentiamo domani. Ti chiamo,» disse Lara mentre Giorgio stava già scendendo le scale, avvilito dall’ansia di trovare una giustificazione arrivando a casa cosi tardi.

Stava parlando con alcuni colleghi, quando sentì che era arrivato un messaggio sul telefono. Non guardò subito. Con Lara si erano accordati di evitare i messaggi, meglio non lasciare troppe evidenze, ma vide che era un suo messaggio e pensò che dovesse essere qualcosa di urgente e importante. Si appartò per leggere. Rimase con gli occhi fissi sullo schermo, mentre le immagini del video scorrevano inequivocabili. Si rivide durante l’ultimo incontro, loro due sul divano, i vestiti sul tappeto. Poche parole accompagnavano il video. Gli risuonarono prima vuote, poi mentre continuava a rileggerle, si fecero chiare: “Paga se vuoi che questo video non sia girato alla tua famiglia”. Si affrettò a chiamare Lara, le mani tremavano sulla tastiera del cellulare. Il telefono squillò senza risposta. Sentì il sudore bagnare la camicia.

Lara rispose che era quasi sera. «Ciao.» Risuonò freddo.

Giorgio capì, come attraversato da un lampo di luce, che non era uno scherzo. Erano lontane le sensazioni che aveva provato nel sentire quella voce la prima volta. «Lara, cosa vuol dire? Cosa significa?»

La voce rispose calma. Giorgio la percepì come una lama. «Preparati a sborsare. Diciamo diecimila euro.» Poi scandendo le parole: «Altrimenti ti ritroverai con la tua vita di merda rovinata.»

Giorgio stava provando a rimettere in ordine i pensieri. Continuò a chiedere vuote spiegazioni.

Lara interrompendolo disse: «Chiamami quando hai pronti i soldi,» e chiuse la telefonata.

Giorgio era solo in casa. Era tornato presto, troppo carico di ansia per rimanere a lavoro. Si tormentava smarrito, chiedendosi cosa fare. Il sole filtrava dalla finestra, lame di luce che tagliavano lo spazio. Seduto sul divano, teneva le mani poggiate sulle gambe, lo sguardo fisso sulle ombre proiettate dagli oggetti in fila sulla mensola vicino alla televisione. Oggetti che gli apparivano logori, carichi di ricordi di vita. Regali del matrimonio, oggetti acquistati durante qualche viaggio. Le foto di famiglia. Volti sorridenti. Il vuoto e la delusione erano come un grumo rappreso che gli toglieva il respiro. Ciò che aveva immaginato ora svelava una sordida essenza. Provò a pensare a una via d’uscita ma, come avvolto da una nebbia impenetrabile, riusciva a cogliere solo rabbia, e vedeva svanire il mondo da cui aveva provato ad evadere. Le disillusioni e i sogni che s’infrangono, onde contro gli scogli della realtà, durante la giovinezza trovano conforto nella sensazione del tempo che appare infinito, quando la vita ha ancora i contorni sfumati dell’orizzonte all’alba. Poi, acquistata la consapevolezza dei limiti dell’esistenza, lasciano solo solchi profondi, rughe del tempo sulla pelle dell’anima.

***

Era ancora seduto sul letto. Il corpo di Lara immobile al suo fianco. Giorgio teneva la testa tra le mani. Nella stanza l’eco di una sirena in lontananza. La luce che da fuori attraversava la finestra incollava sulla parete un rettangolo. Sentiva risuonare solo lo scorrere del sangue nelle vene. Poi sentì la vibrazione del cellulare. Era arrivato un messaggio. Lo prese d’istinto, aprì. Un numero che non conosceva. Il testo allegato al video era chiaro: “Paga, o pubblico questo video”.  

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