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Il Prato

Un racconto di Loredana Marconi

“Strana ragazza. Come mai è venuta fin qui da sola?”, sembra pensare tra sé la tonda signora corrugando la fronte mentre consegna la chiave. La stanza è piccola, ma molto accogliente. Un lettone, un tavolinetto di legno scuro, un vecchio armadio. Distesa sul letto guardo la vallata verdissima che si srotola sotto ai miei occhi, incorniciata dalle tende di pizzo bianco. Il cielo è grigio, forse pioviggina un po’. Avrei voglia di uscire in avanscoperta, ma il lettone è troppo morbido e il cielo invita al sonno. La città è lontana. Il tempo è sospeso in un limbo di ovatta ed io resto immobile a riprendere fiato. Almeno ora non devo correre. Forse è per questo che sono con il gruppo dei miei pazzi preferiti che scorrazzano per l’Italia. Chiuso con il lavoro, ho fatto il biglietto senza rifletterci troppo. Una telefonata agli amici per annunciare che non sarei stata dei loro e via, verso l’Irlanda. Credo che a quest’ora siano stesi sulla spiaggia a ricamare sulla mia decisione, ipotizzando fughe con chissà quali amanti segreti. Mi pare di vederlo Gianni, che invece di diventare rosso per il sole diventa verdognolo per i discorsi su di me. Credo proprio che un pensierino ce l’abbia fatto…ma io no. Dopo questa mia fuga penso che cambierà finalmente strada. Magari con Rosy, l’avvocatessa in erba, che sicuramente non riserva sorprese di questo genere. Beh, ora vediamo di goderci la vacanza. Scendo.

«Dov’è che si può mangiare qualcosa di buono?»

La tonda signora mi spiega come arrivare alla locanda di Tod, e ripete le indicazioni due o tre volte. La guida a destra mi crea qualche problema, ma per fortuna l’insegna della locanda si avvicina. Tod è un signore sulla sessantina, con un sorriso tutto denti. Ci sono solo due avventori della sua stessa età, che mi squadrano da capo a piedi diverse volte sorridendo dietro ai loro boccali semivuoti. Mi sembra di sentire volare a mezz’aria un: “Che ci è venuta a fare fin qui da sola?”.

Dalle finestre filtra la luce irreale del crepuscolo, che il passaggio delle nuvole dipinge di mille colori. Mi siedo vicino al tramonto, nel retro del locale. Non piove più e la pianura sembra sonnecchiare. Ci sono solo quattro puntini in movimento, dei bambini che giocano. Si avvicina una donna di mezz’età, la moglie di Tod, credo, con occhi di prato e un sorriso d’ordinanza. Le chiedo di portarmi una cosa scritta sul menù di carta che dovrebbe avere a che fare con il manzo e, nell’attesa che arrivi la cena, rincorro con il pensiero i bambini che si rincorrono nel prato. Mi viene voglia di uscire e unirmi a loro, ma mi prenderebbero per pazza. Cerco di ricordare se e quando io abbia fatto quello che stanno facendo loro. Forse sì, in qualche parco cittadino la domenica mattina; ma la mia memoria non riesce a ritrovare un prato così grande e così vero nei miei giochi di bambina.

I ragazzini se ne vanno. È quasi buio, ormai, e gli odori della cena hanno richiamato quei gattini selvatici alle loro case. Uno di loro entra nella locanda e viene accolto dal sorriso di Tod, che gli fa cenno di avvicinarsi. Deve essere il nipote, a giudicare da come gli risistema la camicia nei pantaloncini e il ciuffo biondo che gli cade davanti agli occhi. Il bambino, cinque anni o poco più, s’intrufola in cucina, dove sparisce per una buona mezz’ora; nel frattempo, la nonna mi porta la cena. Avrebbe pressappoco la stessa età del bambino. Se fosse nato. Era tanto che non ci pensavo più… forse è per questo che sono “venuta fin qui da sola”. Mi sento osservata. Mi volto; c’è il bimbo dal ciuffo biondo che mi guarda da dietro a quel panino che tiene a due mani, troppo grande come l’amore della nonna che gliel’ha preparato. Gli chiedo il suo nome, lui arrossisce e balbetta: «Henry».

La nonna si avvicina e gli dice, accarezzandogli il viso, di non disturbare i clienti.

«Non si preoccupi.»

«Mio nipote è curioso.»

«Mi sembra l’età giusta per esserlo! È un bel bambino.»

«Grazie. È la copia di suo padre. In questi giorni Henry sta qui con noi; normalmente vivono in città, ma per le vacanze me lo porta. È un bimbo tranquillo, ma sa, crescere da soli un figlio, specie per un uomo, non è facile.

Non ho il coraggio di chiederle dove sia la madre. La signora sorride e tende la mano al bambino per portarlo con sé, ma Henry resta immobile dietro al suo panino. Le dico di lasciarlo stare, che non dà fastidio. Lei si inchina di fronte ad Henry e gli raccomanda di fare il bambino educato. Mi sorride e torna al bancone.

«Henry, siediti.»

Il bimbo si avvicina, ma resta in piedi.

«Dai, non fare il timido.»

Si siede. La scuola, gli amici, i giochi… io col mio inglese stentato, lui con la sua esse incerta, non

so come ma ci capiamo. Finito il panino mi propone di fare un disegno insieme. Va a prendere i colori vicino alla cassa. Sulla tovaglia di carta prendono forma una casa, dei bambini, un prato, gli animali. A turno completiamo quello che inizia l’altro.

«È bellissimo!» dice alla fine Henry, con la gioia negli occhi.

Corre a chiamare la nonna per mostrarle l’opera; lei si complimenta con noi, con un sorriso largo come un abbraccio.

«Grazie, signorina.»

«Grazie di cosa? Mi sono divertita molto! Ah, non mi sono presentata. Il mio nome è Chiara.»

Henry ripete il mio nome. Mi chiede se domani tornerò alla locanda.

«Certo che torno, se ti fa piacere. Anzi, sai cosa mi piacerebbe fare? Una bella corsa per il prato con te. Se ti va domani vengo un po’ prima.»

Sono le cinque di pomeriggio. Oggi è stata una bella giornata, per essere l’Irlanda. Ho visto un po’ di paesini e tanta campagna, ma per tutto il tempo ho pensato ad Henry, al suo ciuffo, ai suoi occhi di cielo e alla sua mamma misteriosa. Non gli chiederò niente. Meglio di no. Entro nella locanda. Henry è subito dietro alla porta. Mi prende la mano. Sorride alla nonna e usciamo.

Il prato è grandissimo. Mi accuccio vicino a lui per guardarlo dalla sua altezza, con i suoi occhi: è immenso.

Questo racconto è parte di una raccolta, chiamata “Il Soffio”; maggiori informazioni a questo link

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