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Il pino e il comandante

Un’immagine della Valle Stura (Cuneo), dov’è ambientato il racconto

UN RACCONTO DI Marco Ferrero

Le nuvole diventavano sempre più cupe, e si ammassavano in cielo e si arrampicavano l’una sull’altra, e facevano a pugni e si schiacciavano, pronte a scaricare l’acqua come spugne premute ad una parete. Il comandante della brigata partigiana, il veterano della Prima Guerra Mondiale Giuseppe Girardi, le guardava preoccupato mentre arrivavano minacciose, un’orda di giganti e di titani che scalava i monti pronta a distruggere tutto ciò che trovasse sulla sua strada. Fece segno di fermarsi alla compagnia e si asciugò una goccia di sudore freddo che gli percorreva la fronte.

«Galletto, dove diavolo è quella baita di cui parlavi?»

«Deve essere lì, dietro a quella gobba laggiù davanti. Scolliniamo e la vediamo.»

«Sarà meglio per te, perché se il temporale ci sorprende senza un tetto sulla testa qualche bastonata sulla schiena non te la leva nessuno.»

Passarono la piccola collina ed in effetti la baita era lì, un vecchio edificio di pietra in attesa di essere occupato. Galletto, essendo il responsabile della scelta del rifugio, fu incaricato di un’ispezione: esattamente come gli era stato riferito la costruzione, sebbene antica, era in ottimo stato, e la canna del camino era intera e discretamente pulita. La brigata, composta da dieci uomini, entrò dunque nella baita, che avrebbe fornito loro riparo dal temporale e dalle insidie della notte. Uno dei ragazzi si avvicinò timidamente a Girardi, essendo stato sorteggiato dai compagni per porre al veterano una domanda precisa.

«Allora, comandante, domani attaccheremo i tedeschi di stanza a Vinadio?»

«Non lo so, Gambalunga. Vedremo.»

«In che senso vedremo? Non abbiamo ricevuto un ordine preciso?»

«Sì, lo abbiamo ricevuto, ma non ho ancora deciso.» Il comandante scacciò alcuni pensieri come fossero mosche, agitando il braccio di fronte al viso; poi mise una mano sulla spalla di Gambalunga e la strinse con vigore, in quello che voleva essere un gesto d’affetto. «Prenditi altri cinque ragazzi e portate dentro un po’ di legna per il camino, prima che piova; Galletto ha detto che ce n’è un mucchio pronto dietro al fienile. Portatene un bel po’, la metteremo là nell’angolo; potremmo doverci fermare qui qualche giorno.»

«Agli ordini, comandante.» Gambalunga fece un passo verso la porta, poi si fermò. «Posso chiederle il motivo per cui non possiamo attaccare?»

Girardi lo guardò, senza sorridere, i baffi grigi ad incorniciargli la bocca sottile, e rispose, con la maggior semplicità del mondo: «Perché mi fanno male le ossa.»

Fulmini, tuoni, lampi, e ancora tuoni, lampi, fulmini. Le nuvole gridavano, e le loro urla ancestrali rimbalzavano sui fianchi dei monti e rimbombavano nella valle, e si sovrapponevano al suono della pioggia scrosciante che era cominciata all’improvviso e che sembrava voler lavare via ogni traccia dell’uomo, ansiosa di purificare quelle terre rese vermiglie dal troppo sangue versato in quella guerra insopportabile. I partigiani si erano disposti alla bell’è meglio all’interno dell’unica stanza della baita, illuminata solo da due piccole finestre, dalla porta tenuta aperta e da quattro o cinque candele rinvenute miracolosamente nel cassetto di un mobile. L’aria puzzava di muffa e di umidità, e la paglia vecchia che avevano portato dal fienile per dormire un po’ più comodi non aiutava certo a profumare la stanza. Uno strano silenzio fluttuava nell’aria, come se il comportamento insolito del comandante li avesse costretti tutti a tacere, con il timore ben leggibile nei volti di ognuno che l’uomo responsabile delle loro vite stesse diventando matto, logorato da due guerre e da qualche camminata di troppo sui pendii delle montagne. Il comandante sembrava non curarsene, seduto di fronte all’uscio. Guardava il cielo diventare sempre più scuro, annunciando l’arrivo della notte. Con gesti lenti, quasi rituali, tirò fuori dal taschino una pipa, un involto con un pugno di tabacco e cominciò a fumare, lasciando che i piccoli sbuffi di fumo gli accarezzassero il viso e si perdessero sul soffitto. Da quando erano arrivati non aveva ancora posato il fucile ma lo teneva in grembo, come fosse un bambino, e con la mano ne accarezzava l’impugnatura. Stava riflettendo, era evidente, e gli occhi profondissimi fissavano la valle e la pianura lontana. Rimase fermo quasi due ore, forse più, seduto sul limitare di quel pianto disperato; ad un tratto, tuttavia, sembrò averne abbastanza. Prese il fucile, lo appoggiò alla parete e si alzò, lanciando un rapido sguardo a quel gruppetto di uomini che, distesi per terra, si lasciava scorrere il tempo addosso senza fare nulla, in attesa che qualcosa si muovesse.

«Ebbene? Che vi succede? Staremo qui almeno per la notte, trovatevi qualcosa per passare il tempo. Avete il mio permesso; giocate a carte, ai dadi, a quello che volete. Prima, però, qualcuno accenda il fuoco, per cortesia.»

Il fuoco fu acceso, e un piacevole tepore prese ad invadere la casa. Le ombre incerte, rese mobili dall’irrequietezza delle fiamme, si allungavano e si accorciavano sulle sagome dei partigiani. Il comandante giocava a scopa insieme a Gambalunga, al Biondo e al Balengo, la pipa tenuta spenta in bocca e il colletto della camicia sbottonato. Quasi non parlava, ma si limitava a lanciare e a raccogliere carte e a giochicchiare nervosamente con la pipa. Intorno al tavolo da gioco il rumore stava lentamente crescendo, ora che lo stupore per la strana risposta di Girardi cominciava ad evaporare assieme alla minestra che il cuciniere mescolava ad intervalli regolari, appesa ad un gancio sopra al fuoco scoppiettante. La pioggia intanto continuava a battere, un po’ più leggera, sul tetto della baita, che contro ogni pronostico dimostrava un’ottima tenuta. Mentre raccoglieva trionfante un settebello un pensiero balenò in testa a Gambalunga: una di quelle domande che si vogliono fare da sempre, ma che vengono in mente solo nel momento sbagliato. Guardò Girardi, seduto di fronte a lui.

«Comandante, posso farle una domanda?»

Il comandante raccolse un tre e un due con il cinque di ori. «Ancora, Gambalunga? Siamo curiosi oggi, eh?»

«Ecco, vede, ho questa curiosità che mi tormenta da un po’. Quando mi sono arruolato volontario tra i partigiani mi è stato imposto di adottare un nome di battaglia, per evitare rappresaglie contro la mia famiglia nel caso in cui qualcuno di noi venisse preso. Per questo posso dire di non conoscere né il cognome né il nome di battesimo di nessuno dei ragazzi in questa stanza, ad eccezione del suo. Ecco, perché lei ha mantenuto il suo nome?»

All’improvviso era calato nuovamente il silenzio, e nove paia di orecchie erano rivolte tutte verso i suoni che sarebbero emersi dall’improvvisato tavolo da gioco, ansiose di conoscere almeno un pezzetto del passato del veterano. Il comandante se ne accorse e sorrise. Prese a mischiare le carte con lentezza teatrale, e per un po’ sembrò volersi godere il dolce peso dell’attenzione. Cominciò a distribuire le carte e ne girò quattro al centro del gioco. Diede un’occhiata alle tre che aveva in mano, poi a quelle in tavola, poi agli sguardi degli altri giocatori. Nessuno di loro aveva raccolto le proprie carte: stavano tutti aspettando che rispondesse alla domanda di Gambalunga.

«Vedi, Gambalunga,» sottolineò particolarmente il nome, come a voler redarguire lui e tutti gli altri più per la mancanza di tatto che per la curiosità, «io uso il mio nome perché non c’è più nessuno su cui fare rappresaglia. La mia famiglia è morta. Mia moglie era ebrea, ed ebrei erano dunque i miei figli. Me li hanno strappati, tutti quanti, e Dio solo sa dove sono ora. L’unica cosa che so io è che sono morti, non so come, non so dove.» Il silenzio si fece più pesante del piombo e causò un malessere diffuso in tutti i partigiani, che sentivano un macigno nello stomaco e una nausea disturbante. Il volto di Girardi, tuttavia, era indurito dal dolore passato e l’espressione rimaneva serena. «Voglio conservare il mio nome, perché i nazifascisti sappiano con chi hanno a che fare. Loro conoscono perfettamente la mia storia, e sanno che fino a quando avrò fiato in corpo non la smetterò di essere il loro peggiore incubo. Anche se ormai non sono più un ragazzino.»

I partigiani si scambiarono timidi sguardi interrogativi, e il comandante se ne accorse. Capì subito a cosa erano dovuti. «Ma nonostante mi sia ripromesso di non dar loro pace, domani non attaccheremo. Non attaccheremo fino a quando non smetteranno di farmi male le ossa.»

La notte scivolò lentamente sopra al crepitio delle fiamme e al rumore della pioggia; la casa, oltre a ripararli dal diluvio, era servita a proteggere la brigata da quelle nuvole che erano arrivate a toccare terra, avvolgendo ogni cosa nel loro abbraccio umido e raggelante. Quando il mattino raggiunse anche quell’angolo di mondo la pioggia era cessata, ma la combinazione di nuvole basse e temperatura prossima allo zero aveva dipinto il paesaggio del colore frigido della brina, formando una crosta che racchiudeva come uno scrigno tutto ciò che era stato esposto all’umidità della notte. Galletto fu il primo a svegliarsi, o almeno così credette; quando volse la testa per contemplare la vista di quell’accampamento improvvisato, il collo indurito dalla scomoda posizione in cui aveva dormito, scoprì però con sorpresa il comandante Girardi seduto di fronte alla finestra. Si chiese se avesse almeno chiuso occhio quella notte: l’ultima volta che l’aveva visto, prima di abbandonarsi al duro sonno di alta montagna, si trovava nella medesima posizione, a scrutare nel vuoto pauroso dell’oscurità che si espandeva all’infinito al di fuori della baita. Mentre osservava il rinascere del giorno il comandante succhiava piccoli sbuffi di fumo dall’immancabile pipa e li tratteneva per qualche secondo prima di rilasciarli, racchiudendovi pensieri e ricordi di un passato doloroso che pendeva al di sopra del suo capo come la spada di Damocle. Galletto si alzò lentamente, avendo cura di non far rumore per non svegliare i dormienti. Il comandante non mosse un muscolo né guardò verso di lui, ma era chiaro come seguisse tutti i suoi movimenti con curiosità. Il giovane partigiano, vent’anni appena, raccattò una sedia mezza rotta e la sistemò di fronte all’altra finestra della casa; alla sua sinistra la grande porta di legno che li separava dal freddo dell’ambiente esterno e, ancora più a sinistra, il comandante, che rimaneva seduto ed imperscrutabile come un’antica statua scolpita nel granito. Galletto guardò fuori, nella medesima direzione in cui guardava Girardi; talmente lontano da sembrare il soggetto di un sogno, il sole faceva capolino in fondo alla valle, cercando con fatica di scavalcare le nuvole che avevano abbandonato le montagne e si dirigevano stancamente verso la pianura addormentata. Ad un tiro di schioppo dalla casa in cui si trovavano un vecchio pino si ergeva ancora retto e fiero, ma ben lontano da quello che doveva essere il suo splendore passato: quasi tutti i rami erano caduti, amputati senza pietà da antiche nevicate e colpi di vento maligni, e ne rimaneva soltanto uno, che sembrava indicare il Sole, o forse volersi aggrappare al Sole, in un tentativo disperato di rimanere agganciato alla vita. E il disco infuocato sembrava aver capito, ed era come se cercasse di avvolgere con ogni suo singolo raggio la protuberanza tremula e ferma insieme di quell’orgoglioso figlio della montagna, regalandogli la luce ed il calore necessari alla sopravvivenza. Era l’unico punto in tutto il paesaggio in cui la brina stava già cominciando a sciogliersi, e cadeva sconfitta e liquida su di un grosso sasso che aveva la sfortuna di trovarsi esattamente sotto alla punta di quel ramo superstite, e veniva scavato goccia dopo goccia, dopo goccia.

«Dimmi, Galletto, cosa vedi?»

Il giovane trasalì, risvegliato da un sogno. La voce, bassa e perentoria, era quella di Girardi, ma sembrava impossibile che il comandante avesse parlato: non si era mosso e continuava a sbuffare il fumo della pipa, che si divideva in due flussi diversi in corrispondenza del suo naso da greco. Galletto tornò a guardare fuori dalla finestra appannata.

«Beh, vedo la valle.»

Le gocce cadevano dal ramo del pino, una appresso all’altra. Tic. Tac. Tic. Tac.

«E poi?»

«E poi vedo il Sole, lontano, bucare le nebbie.»

Il pianto non si fermava, incessante, sempre uguale a se stesso. Tic. Tac. Tic. Tac.

«Davanti al Sole, cosa c’è?»

«Un vecchio pino spelacchiato. Doveva essere maestoso, quando era giovane.»

«Oh sì, lo era.»

Tic. Tac. Le gocce seguivano un ritmo preciso, come i granelli una clessidra. Tic. Tac.

«Gli resta solamente un braccio, e sembra che voglia aggrapparsi al Sole con quel braccio, come se avesse paura di cadere.»

«Esatto. E in punta al ramo, cosa vedi?»

Tic. Tac. Tic. Tac. Erano inarrestabili.

«La brina che si scioglie e cade sotto forma di gocce d’acqua.»

«Sì, esatto, le gocce cadono, una dietro l’altra. Tic. Tac. Sembra una clessidra.»

Rimasero entrambi in silenzio; poi il ticchettio delle gocce cessò così com’era cominciato, senza alcun preavviso. Galletto si voltò a guardare il comandante. Questi, per la prima volta da quando l’aveva conosciuto, sorrideva. Senza staccare gli occhi dal vecchio pino, Girardi fece segno al giovane compagno di tornare a guardare. Ed ecco, con sommo stupore del ragazzo un’aquila planò dall’alto, regale e austera, e si posò con delicatezza sul ramo, che era però troppo debole per reggerne il peso. Esso infatti, dopo aver resistito negli anni a tante battaglie contro le intemperie, cedette e si spezzò; l’aquila si librò verso il blu e lanciò il suo grido acuto, mentre il ramo cadde rovinosamente a terra, lasciando il vecchio pino completamente spoglio. Fu questione di pochi attimi e una raffica fatale di vento giunse dal nulla e si scagliò contro il tronco rettissimo, abbattendolo e sancendo la fine della storia centenaria di quel lottatore della montagna. Con gli occhi sbarrati Galletto restò ad osservare lo spettacolo desolante del caduto illustre, incapace di parlare e persino di pensare. Trasalì, perché sentì una mano che si appoggiava alla sua spalla: la mano ruvida del comandante.

«Galletto, sveglia tutti quanti. Andiamo in battaglia. Mi è passato il dolore alle ossa.»

La brigata del comandante Girardi assaltò l’avamposto tedesco quel pomeriggio. L’operazione si rivelò un successo, e il fortino fu conquistato. Quando la posizione fu sicura Galletto corse a cercare il comandante per ricevere nuovi ordini sul da farsi. Lo trovò dopo circa dieci minuti di ricerca. Era disteso bocconi per terra, il busto crivellato di colpi. Gli camminò attorno e si fermò a guardare il volto. Lo sguardo era diretto verso un giovane pino poco più in là, verde e gagliardo. Giuseppe Girardi sorrideva.

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