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Il Gattopardo (1963) – il film di Luchino Visconti

Il Gattopardo

Di Washoe

Aristocratico, disincantato, cinico, sognante. Gli aggettivi si sprecano quando ci si trova di fronte ad un’opera universalmente riconosciuta come uno dei migliori film di sempre, dipinto incantevole del declino di una classe sociale, quella dei grandi blasoni, dei leoni e dei gattopardi, che deve farsi da parte per far spazio alle iene e agli sciacalli. È la storia del Principe di Salina, la storia dei Lampedusa, la storia dei Visconti: è Il Gattopardo.

Il soggetto de Il Gattopardo

Il soggetto si ispira fedelmente al romanzo omonimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fortunata opera postuma di un principe decaduto, discendente di un’antica famiglia vittima di quel che D’Annunzio chiama “il grigio diluvio democratico odierno”. Nel suo celebre libro, Tomasi di Lampedusa infonde le esperienze familiari tramandate dai nonni e dai genitori, usando una scrittura elegante e pulita a cui aggiunge la nostalgia di chi sente di essere nato un secolo troppo tardi. La trama, bene o male, la conoscono tutti, e accompagna con uno sguardo cinico le vicende della famiglia siciliana Corbera di Salina dal Risorgimento al 1910, vedendo lo spegnersi di don Fabrizio, l’ultimo, grande Principe, e l’impolverarsi di una famiglia che sente improvvisamente addosso tutto il peso dei secoli. È la caduta dell’aristocrazia, a cui corrisponde l’ascesa dell’uomo borghese, scaltro, senza scrupoli, in un ribaltamento dei valori in cui chi non si trasforma è perduto. Il romanzo fu un bestseller, la trasposizione al cinema doveva essere un colossal: furono individuati per la regia Mario Soldati prima e Ettore Giannini poi, entrambi licenziati; la scelta ricadde allora su Luchino Visconti, e mai decisione fu più azzeccata.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Giuseppe Tomasi di Lampedusa (fonte: parcotomasi).

Le origini di Luchino Visconti

Luchino Visconti era un comunista convinto, aveva appena girato un film “proletario” come Rocco e i suoi fratelli, e in generale era stato autore di pellicole che si proponevano di essere denuncia sociale e che per questo avevano per soggetto preferito le classi sociali più basse. Che cosa c’entra questo profilo con la narrazione aristocratica di Tomasi di Lampedusa? Che non ingannino le sue convinzioni marxiste: nelle vene di Luchino Visconti scorre sangue nobiliare: è infatti discendente di una delle più antiche famiglie lombarde, è un conte, e come tale può comprendere le intenzioni e le emozioni dell’autore e del protagonista della storia che si trova a trasporre. Non è un compito banale: Visconti deve a scavare nelle proprie reminiscenze aristocratiche, e riscoprire una parte di sé che l’ideologia di sinistra aveva cercato di rintanare in un cantuccio. E lo fa mirabilmente, offrendo uno sguardo sulla vicenda che sa unire le sue due anime, quella nostalgica del conte e quella analitica del marxista.

Luchino Visconti
Luchino Visconti (fonte: Panorama)

La nostalgia…

La nostalgia è un concetto importante, perché dopo tutto è ciò che accomuna le tre personalità che hanno concorso alla definizione del soggetto del film: Tomasi di Lampedusa, Luchino Visconti e il protagonista don Fabrizio Corbera di Salina (non si creda che i grandi personaggi come il Principe siano oggetti passivi: quando lasciano la penna dell’autore prendono corpo, vivono, respirano, entrano in possesso di una sorta di volontà propria). I grandi palazzi in disfacimento, l’eleganza, l’intelligenza, il buongusto dei nobili affascinano Visconti, che ne è attratto inevitabilmente: una curiosità che non vorrebbe provare, ma che ha e di cui non può fare a meno. Quello che ne viene fuori è la storia di un protagonista tragico, un gigante tra uomini comuni, che non può non attirare le simpatie dello spettatore e soprattutto un profondo, reverenziale rispetto, unico atteggiamento possibile di fronte a una tale grandezza sul punto di crollare fragorosamente.

… e la critica dietro a Il Gattopardo

Ma il lato marxista di Visconti non viene certo cancellato e c’è anzi una scena dove è ben visibile, nella quale il regista trasmette forse la propria visione su di una classe sociale di cui pure fa parte. I Corbera di Salina sono appena arrivati a Donnafugata, dove sono soliti trascorrere l’estate, e stravolti dal lungo viaggio si dispongono in chiesa per la messa, ben ordinati sui grandi scranni a loro riservati. La telecamera si lancia qui in un impietoso primo piano che li riprende ad uno ad uno, ricoperti della polvere delle strade che è simbolo della polvere dei secoli, stanchi per il peso di responsabilità storiche, più simili a statue di cera che a uomini e donne: a questo si è ormai ridotta l’aristocrazia per Visconti, a una serie di soprammobili che non servono a nulla e che non vale nemmeno la pena di spolverare.

Il Gattopardo scena chiesa
Da sinistra a destra, dall’alto in basso: la Principessa (Rina Morelli), il Principe (Burt Lancaster), il nipote Tancredi Falconeri (Alain Delon), la figlia di don Fabrizio, Concetta (Lucilla Morlacchi)

Il cast

Il fulcro della storia è il Principe don Fabrizio, interpretato da un attore spesso criticato per la formalità della sua recitazione, Burt Lancaster; formalità che qui è un valore aggiunto perché caratteristica importante del personaggio che interpreta: il portamento fiero, la compostezza, l’attenzione ai movimenti, al tono della voce, la durezza dello sguardo e l’autorevolezza sono tutte caratteristiche che ben si addicono a don Fabrizio, e che Lancaster ha saputo rendere con grande abilità e realismo. Recitazione, quella dello statunitense, nella quale alla formalità si aggiunge una forte fisicità, che ha facilitato l’intento di Visconti di rendere il film non una semplice trasposizione, ma un’altra versione, un’altra maniera di guardare alla storia del romanzo, fatta di immagini, di sguardi, di corpi; insomma, un’opera autonoma, sebbene saldamente legata alle idee e al sentimento di quella originale. Nel ruolo del nipote del principe Tancredi Falconeri fu scelto invece Alain Delon, che formò una coppia da sogno con Claudia Cardinale (nei panni di Angelica Sedara): due prestazioni solide le loro, non eccellenti forse come quella di Lancaster ma sostenute, per entrambi, da un’avvenenza ammaliante che ha certamente fatto la sua parte per eternare le figure dei due giovani personaggi.

Burt Lancaster il Gattopardo
Burt Lancaster nei panni del Principe di Salina

Don Fabrizio e gli sconvolgimenti storici

Le vicende de Il Gattopardo sono viste attraverso lo sguardo del Principe, un uomo intelligente e disincantato che cerca nelle stelle le risposte alle grandi domande dell’esistenza e che si ritrova ad affrontare due grandi processi di decadenza, quello della classe sociale a cui appartiene e quello della sua stessa vita. Cadute che affronta in due modi diversi, perché diverse sono le possibilità di azione. Di fronte all’arrivo dei garibaldini, alla caduta dei Borbone e all’ascesa dei borghesi profittatori come Calogero Sedara si mette attivamente all’opera, facendo valere il peso del proprio nome e accettando di scendere a compromessi, unendosi con la nuova classe dominante attraverso il più antico dei contratti: il matrimonio. Per garantire un futuro al nipote Tancredi accetta lo sposalizio di questi con Angelica Sedara, o per meglio dire con la fortuna accumulata dal padre Calogero: l’uno apporta all’unione il nobile nome, l’altra il denaro sonante: le due grandi forze che muovono il mondo unite sotto lo stesso tetto. Don Fabrizio capisce il momento, e capisce che è necessario mettere da parte le tradizioni per ritagliarsi uno spazio in una Sicilia che cambia: trasformarsi per non rimanere schiacciati dal carro della Storia. Lo fa però senza perdere la convinzione della propria superiorità, la quale lo porta a guardare alle cose con ironia e a ridere del cattivo gusto, della ruvidezza, della meschinità degli uomini come Sedara.

La sequenza del ballo de Il Gattopardo

Don Fabrizio capisce di avere il potere di arginare gli effetti dello scorrere della Storia ed agisce di conseguenza; ma per quanto riguarda il tramontare della propria vita si deve rassegnare, consapevole di come nessun essere umano potrà mai eludere la propria natura mortale. Ed è questo il tema vero che soggiace alla sequenza del ballo, una sequenza lunghissima, riconosciuta dalla critica come una delle più importanti nella storia del cinema mondiale. Qui, il Principe viene preso da un rimorso, quello di essere stato giovane un tempo e di non esserlo più; rimorso che si infuoca quando la bella Angelica gli chiede di concederle un ballo. Durante il valzer i due parlano con i corpi e soprattutto con gli sguardi, e don Fabrizio sembra ribollire di fronte ad una bellezza che non potrà mai essere sua perché arrivata troppo tardi. Ah, se fosse stato più giovane! Angelica si sarebbe innamorata di lui e Tancredi non avrebbe avuto scampo: nei suoi occhi sembra scorrere il film di ciò che sarebbe potuto essere se la fidanzata del nipote fosse stata la sua, se avesse sposato lei e non la donna bigotta e lagnosa che invece gli è toccata in sorte. Ma è davvero così? Se fosse stato più giovane l’avrebbe sposata? Forse no: lui, uomo d’altri tempi, Principe di Salina, non avrebbe mai preso in moglie una donna di basso lignaggio. Un figlio di Gattopardi con la figlia di sciacalli, mai! Per la sua generazione non sarebbe stato pensabile.

Il Gattopardo ballo
La conclusione del valzer tra Angelica (Claudia Cardinale, al centro) e il Principe

L’angoscia e la presenza della morte

Il valzer finisce, la festa prosegue: mentre le persone ballano, discorrono, mangiano, don Fabrizio sembra sentire sempre più il peso del tempo che è passato, osservando non solo i parvenu presenti alla festa (e che ai suoi tempi non sarebbero mai stati invitati) ma anche la freschezza delle nuove generazioni che stanno crescendo per prendere il posto della sua. Quando giunge il mattino il Principe è stanco, eppure i ragazzi ancora ballano: don Fabrizio cammina tra loro come un fantasma, l’ombra di un’aristocrazia passata che si rende conto di essere sul punto di svanire e che per questo si sente schiacciata da un’angoscia profonda. Egli sente forte la presenza della morte e forse la attende come sollievo dalle pene del mondo, mentre le riflessioni silenziose si accumulano nella sua testa e lo colpiscono come tante mazzate; il finale lo vede tornare a casa a piedi, solo, immerso in una profonda desolazione, oppresso dal peso della Storia e del tempo che passa.

Il Gattopardo finale
Il Principe cammina solitario per le strade di Palermo

La Sicilia e il discorso a Chevalley

In tutto questo la Sicilia è un agente importante, non solo mera ambientazione: i suoi paesaggi aridi e brulli, le montagne e le rade, il Sole che brucia e violenta i suoi abitanti, la sua natura medesima sono i responsabili della situazione in cui si ritrovano i siciliani, e di rimando i Salina e il suo Principe. Lo spiega don Fabrizio stesso, in un colloquio con il piemontese Chevalley di Monterzuolo (grottescamente simile nell’aspetto fisico a Camillo Benso, conte di Cavour) che è forse il punto più alto toccato dal film, e sicuramente la scena più squisitamente letteraria: il paesaggio, le dominazioni straniere, tutto ha concorso affinché la Sicilia diventasse una terra stanca, svuotata, che non sente altro bisogno se non quello di dormire, di riposare forse per sempre. Né ordine, né progresso: un sonno millenario. Sonno che forse, alla fine, è l’unico desiderio rimasto anche al grande Principe, l’ultimo dei Gattopardi.

«L’intenzione è buona, però arriva tardi. Il sonno, caro Chevalley, un lungo sonno, questo è ciò che i siciliani vogliono. Ed essi odieranno sempre tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portare loro i più meravigliosi doni.»

Il Principe don Fabrizio al piemontese Chevalley
Il colloquio tra Salina e Chevalley

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