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I miserabili – Victor Hugo

I Miserabili Aquile Solitarie

Di Washoe

Osservando la storia della letteratura è possibile individuare alcune pietre miliari che ne hanno caratterizzato lo sviluppo, e che hanno orientato con la loro influenza intere generazioni di scrittori. Tra questi, spicca per mole ed importanza una delle opere principali della letteratura francese (e universale) dell’Ottocento, il capolavoro del maestro del secolo, Victor Hugo: I miserabili.

L’idea e la prima versione de I miserabili

Napoleone III
Napoleone III (fonte: Wikipedia)

L’idea di scrivere un romanzo che avesse come soggetto gli strati più infimi della popolazione albergava in Victor Hugo sin dagli anni quaranta dell’Ottocento, periodo in cui l’autore scrisse una primissima versione intitolata Les Misères (Le Miserie): un manoscritto in cui si possono trovare in forma embrionale una parte dei personaggi e dei temi che popolano e rendono straordinaria la versione definitiva; in particolare, pare che il testo fosse incentrato su di un vescovo buono che poi sarebbe diventato il Monseigneur Bienvenu, Vescovo di Digne. Tuttavia, le caratteristiche che Hugo voleva dare al romanzo (e  ciò che desiderava trasmettere attraverso di esso) richiedevano non solo un grande sforzo, ma anche molto tempo da passare davanti allo scrittoio, troppo persino per uno scrittore straordinariamente prolifico qual era Hugo: erano per lui anni di intensissima attività politica e pubblica, che non gli lasciavano che poche ore da dedicare all’attività letteraria. Non è quindi del tutto sbagliato affermare che se non fosse stato per l’ascesa al potere di Luigi Napoleone non avremmo oggi uno dei capisaldi della letteratura occidentale: fu infatti solo con l’esilio imposto dal neo Imperatore dei Francesi che Victor Hugo trovò il tempo da dedicare alla stesura dell’opera, sfruttando quelle ore supplementari portate in dote dall’allontanamento forzato dall’effervescenza di Parigi e della Francia dell’epoca.

La letteratura per Victor Hugo

Occorre a questo punto, prima di parlare dell’opera in sé, soffermarsi per un momento sulla visione di Victor Hugo in merito alla letteratura, e su come essa abbia influenzato il processo creativo dietro a I miserabili. Le idee dell’autore bisontino in materia erano infatti ben lontane da quelle sviluppatesi poi nel Novecento: per lui le opere letterarie potevano avere un’influenza diretta sulla realtà, avevano cioè la facoltà non soltanto di formare le menti delle nuove generazioni di intellettuali, ma anche quella di prendere per mano la società per guidarla verso un mondo più giusto. Con I miserabili Hugo intende ispirare le persone attraverso la bontà del vescovo di Digne, invitare i malvagi ad una redenzione profonda come quella di Jean Valjean, incitare a tenersi lontani dall’intransigenza inumana di Javert e dal suo concetto distorto di Giustizia; è importante tenere in considerazione questa idea di fondo, perché da essa derivano determinate caratteristiche dell’opera e in particolare l’esagerazione di alcuni caratteri dei protagonisti, portati all’estremo per conferire loro uno slancio sufficiente a smuovere le coscienze. E quando l’esempio diretto non basta è pronto ad intervenire il narratore, per spiegare le dinamiche, proporre soluzioni, dimostrare con la logica le falle della società.

Il narratore ne I miserabili

Victor Hugo
Victor Hugo (fonte: gabriellagiudici.it)

Gli interventi perentori del narratore sono una costante nelle opere di Hugo, nelle quali l’autore stesso si palesa per guidare il lettore attraverso le riflessioni che vuole che vengano fatte: una presenza ingombrante, simile a quella del docente universitario che declama la lezione di fronte ad una platea (la stessa cosa si nota, ad esempio, in Notre Dame de Paris). Ad un lettore moderno, abituato al flaubertiano narratore “disciolto” tra le pagine, la sua presenza può risultare indigesta, specie nei momenti in cui si perde in lunghissime digressioni che sviano il discorso dalla storia principale; è inevitabile, per questo, che ad un certo punto si venga presi dalla voglia di saltare di netto capitoli interi che appaiono completamente accessori, per poter star dietro in maniera serrata alle vicende di Jean Valjean e degli altri. Eppure, se ci si ferma a riflettere, ci si rende conto di come le digressioni siano in linea con lo spirito dell’opera: non aggiungono nulla alla storia, questo è certo, ma sono fondamentali nella visione globale che pretende di dare il romanzo, coerenti nel loro spirito didascalico. Il celebre racconto della Battaglia di Waterloo, la descrizione del gergo criminale, della monarchia di Luigi Filippo, dei monelli di Parigi, il breve trattato sulle differenze tra le rivolte e le rivoluzioni, persino la narrazione dello sviluppo del sistema fognario parigino: tutto è funzionale in quanto spiega un qualche aspetto della realtà francese di metà Ottocento, educando a trovare le correlazioni tra gli eventi storici e la struttura della società.

Dio ne I miserabili

Un’ultima cosa occorre sapere prima di avventurarsi nell’impresa titanica della lettura de I miserabili: non ci si può aspettare di prendere in mano un libro del genere e non trovarci la presenza di Dio. Victor Hugo era un uomo fortemente calato nello spirito del suo secolo, un Ottocento che, dopo il tramonto del Secolo dei Lumi, riscoprì il lato irrazionale dell’uomo, e con esso le passioni, e con esse la tensione verso l’Ideale, e con essa il bisogno di Dio; diventa importante, dunque, per leggere I Miserabili, andare oltre le proprie idee (se si è atei o agnostici) e convincersi per qualche ora di credere nell’esistenza di Dio, fosse anche solo come finzione letteraria. Non che il suo nome sia presente ogni angolo, né che intervenga come un Deus ex macchina a cambiare il corso degli eventi; eppure la sua presenza è costante, tramite i pensieri dei personaggi e le riflessioni dell’autore stesso. In particolare non si può trascurare l’importanza del concetto di Provvidenza: è lei che muove i fili della storia, facendo in modo ad esempio che Jean Valjean incontri Monsignor Bienvenue o trovi il biglietto di Cosette (grazie al quale salva Marius dalla barricata), avvalendosi per i propri scopi dei mezzi più impensati, persino dello spregevole Thénardier. Non è sicuro tuttavia che si tratti espressamente del Dio e della Provvidenza cristiani, perché le convinzioni in materia religiosa di Victor Hugo sono sempre state negli anni molto fluide; è innegabile, tuttavia, che si possa rivelare una presenza sovrannaturale nascosta tra le pieghe della storia, espressione di una spiritualità mai sopita nello scrittore di Besançon.

Il primo nucleo narrativo: il Vescovo di Digne

Monsignor Bienvenue
Monseigneur Bienvenue in un’illustrazione
dello stesso Victor Hugo (fonte: Pinterest)

Per quanto riguarda il soggetto della narrazione si possono a grandi linee individuare quattro nuclei narrativi, che si intrecciano e si mescolano tra di loro e si influenzano in maniera più o meno importante. Il primo è quello con cui si apre il romanzo, la storia del Vescovo di Digne: un ecclesiastico che segue con dedizione le orme pauperistiche di Francesco D’Assisi e, ovviamente, di Gesù Cristo stesso. Questo filone è quello, dei quattro, che meno si interseca con gli altri, per via della sua funzione fondamentalmente introduttiva: per il resto del romanzo rimane vagamente sullo sfondo come un ricordo lontano, un antefatto di cui pochi ancora hanno memoria; eppure la figura del vescovo, soprannominato Monseigneur Bienvenue per via della sua straordinaria bontà, è necessaria per la comprensione dell’intera vicenda, poiché responsabile del cambiamento radicale nella personalità del protagonista Jean Valjean. Da un punto di vista strettamente “letterario”, invece, il Vescovo di Digne stupisce per l’eccezionalità della sua caratterizzazione, costruita in maniera tale da rendere credibile un personaggio che, analizzato a mente fredda, potrebbe sembrare del tutto irrealistico. Chi infatti sarebbe capace di perdonare un uomo che, come Jean Valjean, dopo essere stato ospitato e nutrito quando nessuno voleva farlo, sputa nel piatto dove ha mangiato e ruba nella casa dove è stato accolto? Aiutato forse dalle numerose agiografie simili di certi santi cristiani (che creano il substrato su cui impiantare la figura del Vescovo) Hugo riesce, nonostante le difficoltà presentate dal soggetto, a ricoprire di un’aura di realtà il personaggio, utilizzando a questo scopo una lunga introduzione e numerosi aneddoti come quello (bellissimo) della visita a un vecchio convenzionale morente.

Il secondo nucleo narrativo: Jean Valjean e Javert

Aura di realismo di cui invece non sono dotati la maggior parte degli altri personaggi principali, che finiscono per essere una romantica incarnazione di idee e sentimenti estremi, come la rettitudine, il senso di giustizia, la malvagità, la libertà, l’amore, la democrazia. Particolarmente rilevanti nell’economia del romanzo sono tra questi i protagonisti del secondo nucleo narrativo, quello dell’eterno duello tra l’ex-forzato e il braccio della legge: sono Jean Valjean e la sua nemesi, il terribile ispettore Javert. Personaggi che rimangono impressi per motivi opposti come opposte sono le loro caratterizzazioni, che danno vita ad una dicotomia tra le più riuscite della storia della letteratura. Jean Valjean colpisce per una rettitudine, questa sì, del tutto irreale: al contrario del Vescovo di Digne, che tutto sommato dalla vita aveva sempre avuto tutto ciò di cui aveva bisogno, Valjean ha patito ingiustizie tremende ed è stato vittima di un accanimento inspiegabile da parte della società e delle sue leggi. Imprigionato per aver rubato un tozzo di pane per nutrire il nipotino morente, è rimasto al bagno di Tolone per quasi vent’anni; uscito legalmente di lì, gli è stato rifiutato ovunque cibo e riparo per via di un passaporto giallo che aveva l’obbligo di esibire ovunque andasse, e che lo catalogava come persona pericolosa; lui, che aveva rubato un tozzo di pane! Come se non bastasse, persino dopo la conversione (avvenuta grazie all’incontro con Monseigneur Bienvenue), è stato ricercato dalla polizia per anni; eppure, ogni volta che ha l’opportunità di vendicarsi che fa? Perdona! Quando un tale Champmathieu viene catturato e scambiato per lui, dandogli l’opportunità di liberarsi per sempre della polizia e della sua pesante identità, che fa? Si costituisce!

Le motivazioni dietro alla caratterizzazione di Jean Valjean

La figura di Jean Valjean, così estrema in ogni sua sfumatura, è figlia dell’idea di Hugo della letteratura come forza capace di trasformare la realtà. La narrazione segue ogni sua trasformazione interiore, osservandolo con interesse quasi scientifico nel processo attraverso il quale da uomo risentito, rigonfio di odio per la società che l’ha condannato, diventa fondamentalmente un santo, l’incarnazione della morale: Jean Valjean vuole essere un’ispirazione per il lettore, vuole colpirlo nella coscienza e spingerlo ad emularne le gesta. Per farlo non può essere una figura sbiadita, capace di perdonare offese di poco conto e di domare pulsioni leggere: deve sapersi lasciare alle spalle le ingiustizie peggiori, perdonare i delitti, attraversare prove che ne lacerino la coscienza e lo costringano a scegliere tra il bene umano e il Bene assoluto. I passaggi in cui in cui Valjean si strugge e si interroga su dove stia la Verità, dove stia la Giustizia, dove stia il Bene superiore, sono indubbiamente i più belli di tutto il romanzo, e in essi Hugo riesce ad esprimere all’ennesima potenza la sua sensibilità romantica, suscitando immagini e sensazioni incredibili che non possono lasciare indifferenti e che in effetti raggiungono il loro scopo.

Jean Valjean
Jean Valjean (Hugh Jackman) nel musical del 2012 Les Misérables

Javert e il suo equivoco

All’altro capo della dicotomia protagonista del secondo nucleo c’è l’ispettore Javert. Nato in una prigione, precoce testimone di ciò che succede a chi infrange la Legge, Javert vota la sua vita alla difesa strenua della Giustizia, e si arruola per questo nella polizia che diventa la sua unica ragione di vita. A rendere spaventoso il personaggio di Javert è il suo essere più vicino ad una statua di marmo che ad un essere umano: non si conosce il suo nome di battesimo, non si sa se abbia mai amato qualcuno, non è capace di compassione ma vive secondo un’intransigenza feroce che lo porta a non fermarsi di fronte a nulla. Alcuni lo considerano un essere fortemente malvagio, ma forse non è questa l’interpretazione corretta: la crudeltà che lo caratterizza e che lo porta ad accanirsi su Jean Valjean non è figlia di una cattiveria di fondo, ma piuttosto di un grosso equivoco. Javert, infatti, identifica la Giustizia con la Legge, non rendendosi conto di quanto la sua sia una visione distorta: la Legge è scritta dagli uomini, esseri per loro natura fallaci, mentre la Giustizia discende da Dio (si rimanda ancora al discorso sul contesto storico-culturale in cui è stato scritto il romanzo). L’applicazione pedante delle regole sociali porta verso le peggiori ingiustizie, e Javert non è capace di distinguere l’uomo malvagio dall’uomo che la legge dipinge come tale; per questo quando Jean Valjean, che si ritrova ad avere la possibilità di vendicarsi per le vessazioni subite ad opera sua, gli salva la vita, tutto il suo sistema cosmologico crolla rovinosamente.

Javert, il vero sconfitto de I miserabili

È come un velo di Maya che si strappa: possibile che Jean Valjean, uomo che secondo la Legge è pericoloso e malvagio, sia in realtà buono oltre ogni immaginazione? È un dubbio che ha conseguenze catastrofiche, perché apre alla possibilità di aver commesso altri errori, di aver condannato (e dunque ucciso) altri innocenti seguendo principi sbagliati: l’idea dell’infallibilità della Legge e della perfetta sovrapposizione di essa con la Giustizia si sfalda, e con essa si sfalda l’essenza stessa di Javert, che ormai non ha altra uscita dal vortice se non quella del suicidio. È una morte, la sua, forse più commovente di quanto ci si aspetterebbe, struggente perché figlia della caduta di un uomo che improvvisamente si rende conto di aver sprecato la vita intera dietro a un’idea sbagliata; di un uomo che, convinto della propria bontà, si scopre malvagio all’improvviso, ritrovandosi così scaraventato in un baratro. Nell’intento di Hugo Javert, con la sua figura granitica, spaventosa perché fieramente convinta di incarnare la Giustizia, è l’esempio perfetto di tutto ciò di cui si può rendere colpevole la Legge quando è iniqua; una sorta di promemoria, che ricorda la necessità di individuare quelle regole ingiuste e deleterie per cambiarle prima che causino danni irreparabili.

Javert
Javert in una delle tante rappresentazioni teatrali de I miserabili (fonte: medium.com)

Enjolras e l’ABC

Altro nucleo narrativo de I miserabili, la cui indipendenza deriva dal fatto che i personaggi di altri filoni, come Marius Pontmercy, Jean Valjean e Javert vi partecipino solo di sfuggita, è quello delle lotte libertarie dei ragazzi dell’ABC. Questi, giovani studenti per lo più, esacerbati dalle svolte autoritarie e aristocratiche dei governi della Monarchia di Luglio, sfruttano l’evento del funerale del generale Lamarque, amico del popolo, per organizzare un’insurrezione, che si materializza con l’erezione di una grande barricata. Fin da subito Hugo rivela come la loro impresa sia destinata a fallire perché priva dell’appoggio del popolo, testimoniando di fatto come i tempi non fossero maturi per una nuova rivoluzione (per la quale si dovrà attendere il ’48; la narrazione si svolge nel 1832); eppure, la loro vicenda di giovani gagliardi, desiderosi di libertà, fieri e pronti a morire per un ideale viene seguita da vicino, con pathos da tragedia greca e una sorta di affetto paternalistico verso ragazzi degni di ammirazione e compassione. In particolare tra quei giovani, tra Combeferre, Courfeyrac, Grantaire, si erge maestosa sopra tutte la figura del capo, o per meglio dire della guida, il bel Enjolras: ragazzo fiero, deciso, intelligente, Enjolras vive la sua vita lontano da ciò che preoccupa i ragazzi comuni, cioè l’amore o il desiderio di costruirsi un futuro, perché ambisce ad esistere su di un piano più alto, quello dell’ideale, quello dell’uguaglianza, della libertà, della fraternità. Per certi aspetti si avvicina a certi protagonisti della Rivoluzione Francese, ma al contrario dei vari Marat, Danton e Robespierre, a Enjolras è concesso il dono di essere uno sconfitto, e come tale di morire all’apice della purezza, senza che la sua figura venga sporcata dagli inganni del potere. Ed è per questo che la sua morte gloriosa abbaglia, perché affrontata con il coraggio e la serenità del puro, di chi sa di morire per una giusta causa: di fronte ai soldati che stanno per sparargli Enjolras, con i suoi riccioli biondi e il suo sguardo cristallino, sembra esser fatto solo di luce, e per questo dotato del dono dell’immortalità.

Enjolras
Enjolras (a sinistra) e Grantaire (a destra) nel musical del 2012

Marius e Cosette: la storia d’amore de I miserabili

Resta un ultimo nucleo, forse il meno interessante, ed è quello dell’amore tra Marius Pontmercy e Cosette. Il primo è il figlio di un ufficiale napoleonico, nipote di un ricco reazionario brontolone; la seconda è la figlia adottiva di Jean Valjean, presa con sé dopo la tragica morte della sfortunata Fantine, sua madre. I due innamorati sembrano vivere fuori dal mondo, e per questo finiscono per essere due figure un po’ sbiadite; in particolare Cosette, opera della visione del mondo di un uomo dell’Ottocento, è una donna debole, che si lascia trascinare dalle figure maschili della sua vita senza mai far sentire la propria voce. Marius è quasi irritante, invece, nel suo desiderio di morire quando ancora potrebbe salvare il suo amore per Cosette, e si dimostra anche duro di cuore quando dopo il matrimonio con la ragazza scaccia Valjean, reo di avergli rivelato il suo passato di forzato. Fortunatamente il personaggio si riprende nel finale, quando riesce a superare la propria ingenuità e a riconoscere lo straordinario valore di Jean Valjean, capendo di dovere tutto a lui; è ormai però troppo tardi, perché quando lo ritrova questi è in punto di morte e Marius non avrà più l’occasione di rimediare alla propria ingratitudine.

Thénardier e gli altri personaggi

Restano sullo sfondo una miriade di altri personaggi, più o meno importanti nello svolgersi della vicenda. Tra questi spicca Thénardier, perfido locandiere, che nel romanzo è l’incarnazione del male assoluto: al contrario di Javert, Thénardier (con la moglie) è di natura profondamente malvagia, votata al furto e all’inganno e di impossibile redenzione. Eppure, è interessante notare come il locandiere sia responsabile di una serie di azioni che, seppur mosse da motivazioni malvagie, si sono rivelate profondamente benigne: è lui che salva la vita al padre di Marius a Waterloo, è lui che si prende cura di Cosette (questo è un eufemismo, ma sta di fatto che l’ha mantenuta in vita) quando la madre non può più farlo, è lui che aiuta Jean Valjean ad uscire dalle fogne, e infine è ancora lui a rivelare a Marius la profonda bontà di Valjean. È evidente una sorta di disegno ironico dietro a tutto questo, come se il Bene si facesse beffe del Male utilizzando i suoi agenti per i propri scopi; manifestazione, forse, dello spiccato senso dello humor di Victor Hugo. Altri personaggi, poi, rimangono impressi: la già citata Fantine, vittima di una società ingiusta; la tragica figura di Eponine, con il suo amore impossibile; l’irriverenza e l’intelligenza del piccolo Gavroche, e il suo profondo coraggio; il burbero, e in fondo simpatico, signor Gillenormand.

Un mondo intero

Si potrebbe parlare ancora all’infinito di questo romanzo, dei temi, dello stile, della sua influenza sulla letteratura successiva e sui grandi scrittori moderni, come Mario Vargas Llosa. Questo articolo però si chiude qui (ed è già stato molto più lungo del solito, per gli standard di questo blog; ma era inevitabile), con una piccola osservazione finale, soggettiva ma neanche troppo: la sensazione che si ha chiudendo il libro è quella di aver chiuso la finestra su di un mondo intero, con le sue immagini, i suoi personaggi, le sue passioni. È qui che sta la grandezza di Hugo e de I miserabili: è un romanzo capace di contenere un universo, di narrare storie straordinarie che riempiono l’immaginario e offrono uno sguardo completo sull’uomo e sulle sue strutture sociali.

Victor Hugo caricatura
Una caricatura di Victor Hugo (fonte: Amazon)

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