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Furore – John Steinbeck

DI WASHOE

Una tartaruga si trascina lentamente nella campagna dell’Oklahoma. Porta con sé il peso del guscio, che le impedisce di muoversi con agilità, e lascia dietro di sé una profonda striscia di erba calpesta. Nel suo lento avanzare incrocia l’asfalto di una strada; con fatica immane si issa sull’argine, prova ad attraversare la carreggiata. Procede piano lanciando occhiate feroci attorno a sé, mettendo una zampa davanti all’altra, una per volta, con estrema cautela. D’improvviso, si accorge di un’automobile che procede spedita nella sua direzione. È troppo tardi ormai per scappare: la tartaruga si rintana nel guscio, consapevole che questo non sarebbe mai e poi mai stato in grado di resistere al peso demolitore dell’auto. Fortunatamente, la donna al volante la vede e la evita per un soffio; la tartaruga è salva, e riprende ad avanzare con passo diffidente. Non passa molto tempo, però, ed ecco che si profila all’orizzonte la sagoma di un camioncino: il conducente, visto l’animale, sterza appositamente per schiacciarla, ma la prende solo di striscio e la scaraventa dall’altro lato della strada. La tartaruga rimane per un po’ rintanata nella sua corazza; poi, finalmente, si decide a tornar fuori. Ce l’ha fatta: ha attraversato il nastro d’asfalto, è fuori pericolo. Ma proprio quando le sue peripezie sembrano giunte al termine, un’ombra si ferma sopra di lei; si tratta di un uomo, a piedi, che la raccoglie e riprende il suo viaggio. La tartaruga si dimena, disperata, ma non può davvero nulla contro il suo nuovo aguzzino.

Con questa immagine, presente nel terzo capitolo del libro, si apre il romanzo più famoso di John Steinbeck: Furore (The Grapes of Wrath). È una vicenda emblematica, perché la tartaruga diventa il simbolo della sorte dei protagonisti di questo gioiello della letteratura americana: come lei, infatti, s’imbarcano in un viaggio faticoso, pieno d’insidie, che li conduce lontano; e quando, dopo sforzi immani, credono di aver superato ormai la salita più aspra, ecco che si trovano a lottare contro un nemico troppo grande, contro il quale non hanno nessuna speranza. Quello che si propone Steinbeck, giornalista ancor prima che scrittore, è infatti di raccontare il grande esodo di massa avvenuto negli Stati Uniti negli anni trenta del Novecento, che lasciò cicatrici profonde nella storia del paese; e lo fa usando parole e simboli estremamente efficaci e diretti. 

La storia

La narrazione ha inizio con il fenomeno catastrofico, verificatosi nelle pianure del Middle West americano, conosciuto con il nome evocativo di Dust Bowl, letteralmente conca di polvere. Si trattò di una serie impressionante di tempeste di sabbia, causate dalla siccità e dallo sfruttamento indiscriminato dei terreni, che distrusse le colture e lasciò sul lastrico decine di migliaia di famiglie. E come se il disastro naturale non fosse sufficiente, a stretto giro di posta sopraggiunsero le banche a versare benzina sul fuoco: i contadini infatti si erano indebitati con gli istituti di credito che, constatando come fosse impossibile per loro estinguere il debito, mandarono battaglioni di impiegati a confiscare i terreni. E di fronte alla rabbia dei contadini gli impiegati scaricavano ogni colpa, e parlavano della banca come di un mostro su cui l’uomo aveva perso il controllo; un mostro assetato di profitto, che presto avrebbe mandato le trattrici a divorare quella terra che fino a quel momento aveva dato sostentamento ad un’intera popolazione.

E le trattrici arrivarono, massicce, potenti, inarrestabili, e presero a trasformare il paesaggio, ad arare la terra, a distruggere le aie, a buttare giù case di legno che erano state edificate con tanto sudore, e insieme alle case distruggevano ricordi e sentimenti. A mano a mano che le macchine avanzavano, il progresso trasformava il lavoro dei campi. Gli uomini alla guida delle trattrici erano stipendiati, non dipendevano dal raccolto, non si curavano dei semi che qua e là non riuscivano a germogliare; non prendevano le zolle tra le mani, per tastarne l’umidità, non si meravigliavano dello spettacolo della vita che nasce dalla terra, delle spighe abbronzate dal sole, degli alberi che danno frutto. La terra aveva perso l’anima che la univa con il suo coltivatore, colei cioè che faceva dell’uomo e del campo una cosa sola, e guardando impotenti questo spettacolo desolante i contadini erano costretti ad andarsene.

Ma andare dove? Non avevano più nulla. Come avrebbero fatto a sfamare i propri figli? E proprio in quei momenti piovvero volantini, nei quali si raccontava della California come di una terra promessa, dove c’era lavoro per tutti e dove bastava allungare la mano per cogliere un’arancia. E così i diseredati decidevano di partire verso ovest, e vendevano tutti i propri averi a commercianti disonesti, che giocavano al ribasso perché sapevano di trovarsi di fronte a uomini senza scelta; si disfacevano per pochi spiccioli degli attrezzi, dei carri, dei cavalli, e con essi vendevano i propri ricordi, le proprie vite, e si lasciavano dietro le spalle la loro stessa essenza. Per viaggiare compravano catorci spacciati per automobili e furgoncini poco affidabili, e macinavano chilometri carichi di tensione, con gli orecchi tesi a percepire i rumori che avrebbero potuto significare un guasto, e con esso la fine del viaggio. Al calar del sole si formavano lungo la strada campi provvisori, in cui le famiglie condividevano il cibo, gli spazi, le risorse, le speranze. Negli accampamenti la gente si stringeva attorno ai falò, attirata dai suonatori di armonica, dagli strimpellatori di chitarra, o da chi semplicemente era bravo a raccontare storie. Chi tornava dalla California e diceva che non era vero niente, che non c’era lavoro, che le persone morivano di fame, veniva semplicemente messo a tacere ed allontanato: gli emigranti non potevano permettersi il lusso di sapere la verità.

Purtroppo però questi uomini avevano ragione: in California i profughi non avrebbero trovato altro che fame e disprezzo. I Californiani, dimentichi di come essi stessi avessero rubato la terra ai messicani, temevano che i nuovi arrivati si appropriassero di campi e profitti; e allora sparavano alla cieca su chiunque si avvicinasse ai frutteti per cogliere una pesca o un’arancia, e la polizia insabbiava gli omicidi. Presero a chiamarli Okies, indicando con il termine non solo gli abitanti dell’Oklahoma, ma anche chi arrivava dal Texas, dal New Mexico; e pronunciavano la parola con un disprezzo tale che presto divenne un insulto. I profughi venivano immediatamente isolati e andavano a vivere nelle Hooverville, vere e proprie baraccopoli, con tende e case di lamiera che periodicamente venivano sgomberate e date alle fiamme dalla polizia corrotta. Lavoro non ce n’era; lo scopo di tutti i volantini sparsi per il Middle West era quello di attirare una massa di affamati, per poterli pagare con stipendi ridicoli. Se qualcuno lavorava per trenta centesimi l’ora, si trovava infatti un altro che era disposto a lavorare per venti; e chi lavorava per venti si vedeva soppiantato da chi lavorava per quindici, a sua volta sostituito da chi lavorava semplicemente per un pezzo di carne con cui sfamare i propri bambini. L’unico modo per evitare il crollo delle paghe sarebbe stato quello di organizzare degli scioperi; ma ogni sciopero ha bisogno di un portavoce, e chiunque si facesse avanti veniva immediatamente tacciato di sovversione e di bolscevismo e veniva sbattuto in galera, dove era sottoposto a percosse e soprusi.

E questa massa di nullatenenti non poteva certo permettersi di fare acquisti, così la produzione agricola superò di gran lunga la domanda e il prezzo dei prodotti cominciò a precipitare; per salvaguardare i profitti, i proprietari terrieri si videro costretti a gettare tonnellate di frutta, imbevendola di benzina per evitare che gli affamati potessero mangiare senza comprare. E produrre vini di qualità divenne impossibile, perché presto non ci fu più nessuno in grado di comprarli; così i vignaioli non dividevano più i grappoli buoni da quelli cattivi, e li buttavano tutti insieme nei torchi. Nei tini fermentavano assieme a pezzetti di legno e fango, e per coprire l’odore di marcio vi aggiungevano acido tannico e zolfo. Quest’ultima in particolare è un’immagine centrale nell’economia del racconto, perché si tratta di un altro simbolo di grande efficacia: come le uve e il loro marciume ribollivano nei tini, nella popolazione miserabile e oppressa fermentava il furore.

La famiglia Joad

Tom con Mamma Joad e Rosa Tea, dal film di John Ford

Le pagine che Steinbeck ci regala per descrivere questa vicenda terribile sono pagine di un realismo molto preciso, a tratti atroce, che fa star male e che racconta la povertà esattamente così com’è, senza decorazioni ad indorare la pillola. Nel suo racconto c’è tutto il dolore ma anche tutta la bellezza selvaggia che si nascondeva in quella povera gente, con le loro storie e le loro contraddizioni. E per renderlo ancora più efficace si avvale di un piccolo espediente narrativo, e si concentra sulla storia di una famiglia in particolare: i Joad. È una famiglia variegata, composta dalla coppia di nonni, la coppia di genitori, uno zio, quattro figli maschi, due figlie femmine, un genero ed un predicatore, accolto generosamente tra di loro. Tra questi, ci sono tre personaggi che spiccano su tutti.

Tra i figli particolare rilevanza ce l’ha il secondogenito, Tom, appena uscito dal carcere dopo aver scontato una condanna per omicidio. Nonostante questo resta il più affidabile, colui al quale gli altri guardano quando necessitano di appoggio; e dell’omicidio non si cura nessuno, anzi. Occorre specificare che non si è trattato di un assassinio a sangue freddo, ma della reazione ad una coltellata ricevuta in una rissa; in ogni caso, gli altri familiari non solo lo hanno perdonato, ma più e più volte ci tengono a fargli sapere di aver fatto la cosa giusta.

Figura importante è poi quella di Mamma Joad, il vero capofamiglia, colei che dopo la partenza prende tutte le decisioni più importanti. È una donna coriacea, forte, la roccia a cui la famiglia si aggrappa durante le tempeste, quando nessuno sembra più avere la volontà di resistere. Assume il ruolo dominante dopo l’abdicazione di Papà Joad, che una volta lasciata la sua terra non riesce più a riprendere l’antica energia: la potenza fisica è rimasta intatta, ma è completamente smarrito, demolito dalla consapevolezza di non essere più in grado di portare il pane in tavola. E nel suo ruolo di guida Mamma Joad avverte la responsabilità di mantenere compatta la famiglia, che però, tra morti e fughe, lentamente si sfalda.

Jim Casy è invece un ex predicatore, ma ha ormai smarrito la fede e rinunciato alla sua vocazione. Tom lo incontra mentre torna a casa dal carcere e diventa presto parte della famiglia, non lasciandola fino al momento in cui viene arrestato in California per aver reagito alle angherie di un poliziotto. In carcere Casy ha modo di riflettere, e decide di mettersi dalla parte della povera gente; per questo una volta fuori dalla prigione diventa un importante capo sindacale. Tom lo incontra nella sua nuova veste, ed egli lo mette al corrente di tutto quello che gli è successo; gli racconta del suo nuovo ideale, non più fatto di amore per la religione ma di amore per l’umanità, e prova a convincerlo a seguire la sua causa. In una retata delle forze dell’ordine, però, Casy viene ucciso da un agente; Tom, che ha assistito alla scena, non ci vede più e ammazza di botte il poliziotto omicida. Per non mettere nei guai la sua famiglia si vede allora costretto a lasciarla; prima di andarsene, però, in un incontro con Mamma Joad manifesta l’intenzione di portare avanti la missione di Casy e di lottare con forza contro ogni sopruso, prendendo le parti di chi non è in grado di difendersi da solo.

Tom con Mamma e Papà Joad, in un altro fotogramma del film di Ford.

Il finale drammatico e il barlume di speranza

Dopo la fuga di Tom il finale diventa ancora più drammatico. Mentre la famiglia lavora nei campi di cotone comincia a piovere. Non smette per diversi giorni, e l’acqua invade l’accampamento dove si erano stabiliti; per questo sono costretti ad andarsene e a cercare rifugio in un fienile. La disperazione è tanta: non gli è rimasto più nulla, e il più forte ed intelligente della famiglia se n’è andato. In quel riparo di fortuna trovano un ragazzo che vi si nasconde insieme al padre, un uomo di mezza età che sta letteralmente morendo di fame. Rosa Tea, la figlia più grande dei Joad, aveva appena perso il bambino che portava in grembo, forse a causa nella malnutrizione; di fronte a quel padre in fin di vita non c’è nemmeno bisogno che la ragazza e sua madre si parlino: basta uno sguardo, e la decisione è presto presa. Vengono fatti uscire tutti dal fienile, dove restano solo la giovane donna e il moribondo.

“Poi si alzò faticosamente in piedi aggiustandosi la coperta attorno al corpo, si diresse a passi lenti verso l’angolo e stette qualche secondo a contemplare la faccia smunta e gli occhi fissi, allucinati. Poi lentamente si sdraiò accanto a lui. L’uomo scosse lentamente la testa in segno di rifiuto. Rosa Tea sollevò un lembo della coperta e si denudò il petto. «Su, prendete», disse. Gli si fece più vicino e gli passò una mano sotto la testa. «Qui, qui, così.» Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente.”

Il libro si conclude con queste parole, con un ultimo atto d’amore; il latte che doveva nutrire una nuova vita diventa così simbolo della solidarietà, che si manifesta in tutta la sua potenza misteriosa, dopo essersi fatta intravedere qua e là nella storia. Ed è questo in fondo il messaggio di speranza che Steinbeck lascia ad aleggiare tra le pagine del romanzo, un invito rivolto a tutti gli uomini affinché possano finalmente mettere da parte gli egoismi e capire di essere parte di una sola, grande anima.

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