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Boyhood (2014)

Boyhood

Di Washoe

Un film che racconti più di un decennio della vita di un ragazzo e che lo segua di anno in anno nella crescita e nella maturazione psicofisica può sembrare un’impresa fantascientifica. Come fare a rappresentare le trasformazioni del corpo, della voce, degli atteggiamenti di un bambino che attraversa la pubertà e si ritrova catapultato nell’età adulta? Con quale tecnologia? Il regista Richard Linklater ha dato la sua risposta: con il tempo. Ha così girato un film lungo un periodo di dodici anni, e ne è venuto fuori un risultato straordinario, una pellicola che prima di essere tale è un’esperienza, un progetto ambizioso e visionario, un vero percorso di vita: Boyhood (2014).

Boyhood prima scena
Ellar Coltrane nell’inquadratura con cui si apre il film

Il processo creativo

A rendere eccezionale Boyhood non è quindi il soggetto, ma l’idea che sta alla base e tutto il processo creativo con lei: le riprese sono cominciate nel 2002 e si sono concluse nel 2013, periodo nel quale un cast rimasto invariato negli interpreti principali si è ritrovato una volta all’anno per filmare le scene che, una volta montate, avrebbero costituito il prodotto finale. La telecamera ha così catturato anno dopo anno la crescita (vera, non fittizia) del giovane protagonista, Mason, interpretato dalla prima all’ultima scena da Ellar Coltrane (che ha cominciato le riprese a sette anni e le ha terminate che ne aveva diciotto); e lo stesso discorso vale per la sorella Samantha (Lorelei Linklater), per la madre Olivia (Patricia Arquette), per il padre Mason Sr. (Ethan Hawke). Gli attori sono cresciuti (o invecchiati) e maturati assieme ai personaggi, in un cambiamento che non è stato solo fisico (ottenibile altrimenti con trucco e computer grafica) ma anche caratteriale. Un processo che ha garantito alla storia una verosimiglianza forse senza precedenti.

Girare una scena con un ragazzino di sette anni che parla del perché i procioni muoiono, e all’età di dodici quando parla di videogiochi, e a diciassette quando mi fa domande sulle ragazze, e fare in modo che sia sempre lo stesso attore – vedere la sua voce e il suo corpo che cambiano – è un po’ come se fosse un time-lapse di un essere umano.

Ethan Hawke parlando del film (fonte: Wikipedia)

Il copione fluido di Boyhood

Il contributo del tempo non è l’unico che ha concorso a dare credibilità alla storia, perché in quest’ottica si è rivelata una scelta vincente anche quella di avere un copione fluido, non interamente prestabilito prima di iniziare le riprese. Linklater aveva sì buttato giù un canovaccio prima di cominciare, che stabiliva quali sarebbero dovuti essere il punto di partenza, il punto di arrivo e alcuni checkpoint nel cuore della storia, ma il resto era stato lasciato in bianco: le battute e le caratterizzazioni sono state scritte a poco a poco, visionando il materiale già girato e basandosi sulle esperienze reali e sui cambiamenti fisici (e non) degli attori. Risultato: c’è un po’ della vita degli interpreti nei personaggi: Mason sr, ad esempio, lavora in una compagnia di assicurazioni ed è stato divorziato e risposato, come il padre di Linklater e di Hawke (strana coincidenza, questa), mentre Olivia riprende gli studi che aveva interrotto proprio come fece la madre di Patricia Arquette.

Ethan Hawke
Ethan Hawke

La gestione del tempo in Boyhood

Grazie a tutti questi elementi il film dà l’impressione di essere una creatura vivente, che cresce, cambia e matura insieme ai protagonisti. Una storia che di per sé ha poco o nulla di straordinario diventa in questo modo incredibilmente coinvolgente, perché permette di rispecchiarsi nei personaggi e negli effetti che il tempo ha su di loro. Tempo che è parola chiave, e che viene gestito in maniera del tutto particolare. Il trascorrere degli anni non viene evidenziato, com’è tradizione, da “stampini” che appaiono in sovraimpressione, o dalle date dei giornali e dei calendari o da altri sotterfugi normalmente impiegati in cinematografia; il suo ritmo è scandito da piccoli dettagli, come i fenomeni di costume che a turno prendono il sopravvento l’uno sull’altro. Così il videogioco 20q aiuta a situare la narrazione nel 2004, l’uscita del libro Harry Potter e il Principe Mezzosangue nel 2005, la bambina che canta una canzone di High School Musical nel 2006; rimandi che possono scatenare una serie di piccoli attacchi di nostalgia per chi è cresciuto in quegli anni, e che per tutti gli altri diventano dei mezzi efficaci per immedesimarsi nei costumi dei primi anni duemila.

Boyhood
Mason (con gli occhiali) e Samantha (Lorelei Linklater, alla sua sinistra) all’uscita di Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Il rapporto dei personaggi con lo scorrere del tempo

Prima o poi ogni personaggio in Boyhood si ritrova a dover fare i conti con il trascorrere del tempo. Mason e gli altri ragazzi, per via di quella meravigliosa noncuranza della gioventù, tendono ad accettarlo come una componente naturale dell’esistenza, senza dargli troppo peso; per gli adulti è diverso: essi scoprono l’orrore di vedere la propria vita incamminarsi sul viale del tramonto, e ognuno affronta la terribile verità alla propria maniera. Mason sr., al principio del film uno spirito libero con il sogno della musica, quando si rende conto di non essere più un ragazzino decide di “mettere la testa a posto”: diventa un convenzionalissimo padre di famiglia, capace di affrontare un potenziale evento traumatico come la vendita della sua amata GTO come un passaggio inevitabile. Diverso è il caso di Olivia, che trovandosi sola dopo la partenza del figlio per il college si sente schiacciata dal peso degli anni che sono scivolati via senza far rumore; sente di non aver avuto dalla vita ciò che cercava, di non aver saputo vedere la felicità quando era sua, e teme forse la solitudine e l’ignoto che intravede dopo la morte.

La caratteristica dei personaggi di Boyhood

Tutto questo però può essere forse catalogato come una semplice supposizione. Boyhood non ha infatti la pretesa di entrare nella psicologia dei protagonisti, quanto piuttosto quella di limitarsi a rappresentare, lasciando le interpretazioni, e a tratti a anche la caratterizzazione dei personaggi, allo spettatore. Non ci è quasi mai dato sapere quello che pensa Mason dei fidanzati e dei mariti della madre, o quanto sia profondo il suo rapporto con la sorella, o che cosa pensi della metamorfosi del padre. E i salti temporali che avvengono tra le scene non sono senz’altro d’aiuto, perché quasi sempre i cambiamenti radicali nella vita del protagonista sono presentati senza spiegazioni, senza che sia stato stabilito con chiarezza il come e il perché di certe situazioni. Parte della forza del film sta proprio in questo, nella maniera in cui dipinge tutti i personaggi e Mason in particolare: le persone che popolano il racconto sono degli enigmi dei quali non si conoscono i pensieri e i sentimenti, facendo di loro come delle statuette di argilla che ognuno può modellare a propria immagine e somiglianza.

Patricia Arquette
Patricia Arquette

Mason e il suo bisogno di libertà

Certo, ciò non significa che la storia di Mason sia una storia, per così dire, “normale”. Da bambino deve affrontare il trauma del divorzio dei genitori, viene sballottato di qua e di là da una madre che non ha ancora capito cosa cerchi dalla vita, si ritrova continuamente catapultato in ambienti sconosciuti dove ricostruire i rapporti da zero, deve gestire patrigni alcolizzati e chiusi di mente. Mentre affronta tutto questo, è alla continua ricerca della propria identità e di una via di espressione che senta davvero sua, in un tentativo costante di divincolarsi dalle convenzioni sociali e da chi vuole imporgli un aspetto fisico, o un lavoro, o delle regole troppo strette. Le sue esperienze di vita lo portano alla fine a sviluppare un forte bisogno di libertà da ogni tipo di schema; libertà che sembra trovare nel finale tra i paesaggi del Big Bend National Park, quando sente di poter essere finalmente se stesso con le persone che ha appena conosciuto e che sente del tutto simili a lui. Mentre il sole tramonta sul Texas tramonta per Mason l’adolescenza, per fare spazio ad un’età adulta che, dalle prospettive dipinte dal film, si appresta ad essere un’esperienza entusiasmante, aperta davvero ad ogni possibilità.

Mason nel finale

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