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Blade Runner (1982) – Di R. Scott, con H. Ford e Rutger Hauer

Blade Runner Aquile Solitarie

Di Washoe

Annoverato giustamente tra i grandi cult della storia del cinema, Blade Runner (1982, di Ridley Scott) è un capolavoro senza tempo, tra le immagini spettacolari, una fotografia eccellente e una densità di simboli (e di ambiguità) che raramente si è vista in un film. Nel corso degli anni ne sono uscite varie versioni, ma in questo articolo si farà riferimento alla Final Cut del 2007, quella che Ridley Scott considera la definitiva e, dunque, la più completa.

L’ambientazione

Blade Runner viene normalmente inserito nel sottogenere fantascientifico del cyberpunk: ambientato nella Los Angeles del 2019 (che, per fortuna, non è nemmeno lontanamente simile a quella reale), racconta di un futuro distopico, in cui l’inquinamento nelle città è tale da offuscare la luce del Sole. Coloro che ne avevano i mezzi sono emigrati al di fuori del pianeta per sfuggire alla catastrofe ecologica, nelle cosiddette colonie extramondo: nuovi mondi dove cominciare una nuova vita, presentati come terre di opportunità un po’ come accadeva un tempo alle Americhe. Al di là delle problematiche ambientali, tuttavia, la tecnologia e la scienza hanno fatto passi da gigante, tanto da permettere la creazione di esseri umanoidi chiamati replicanti, fisicamente superiori agli esseri umani e intellettualmente simili, da utilizzare come schiavi nelle colonie. 

Los Angeles Blade Runner
Los Angeles in Blade Runner

I Blade Runner, agenti di polizia

Per via di alcuni incidenti i replicanti sono stati banditi dalla Terra, ed esiste una squadra speciale della polizia che, in caso di infrazione del divieto, è incaricata di rintracciarli e “ritirarli” (ergo: ucciderli): i Blade Runner, corpo di cui il protagonista Rick Deckard (Harrison Ford) faceva parte prima di licenziarsi. Quando un gruppo di replicanti ribelli, capitanato dall’intelligente e spietato Roy Batty (uno straordinario Rutger Hauer), arriva sulla Terra e cerca di fare irruzione nella Tyrell (l’azienda che progetta e fabbrica i replicanti), Deckard, considerato il migliore nel suo lavoro, viene richiamato in servizio per occuparsi del caso. Durante le ricerche si innamorerà di Rachel (Sean Young), una bella replicante “sperimentale” che si crede umana, e dovrà fare i conti con grandi questioni che vanno dall’etica fino al concetto di umanità.

Deckard
Il Blade Runner Rick Deckard (Harrison Ford)

La fotografia, la fantascienza, l’artificialità

Al di là delle varie aree tematiche, a colpire fin da subito in Blade Runner sono fotografia ed ambientazione, una sorta di mescolanza originale tra cyberpunk e noir. La luce è scarsa, offuscata dall’inquinamento, e su Los Angeles cade una pioggia perenne: questi elementi, uniti alle persone in strada che parlano mille lingue differenti e non riescono proprio a capirsi, generano un’atmosfera angosciante, una sensazione di oppressione che si sposa a meraviglia con la narrazione. Oltre a questo, si possono ritrovare alcuni elementi classici della fantascienza, come le grandi luminarie pubblicitarie, le auto volanti, il mito dello spazio e gli immensi grattacieli con le loro luci. Luci che, riflesse da un’iride al principio del film, sembrano volersi sostituire a quelle stelle irrimediabilmente nascoste dalla nuvola di smog: immagine simbolo dell’artificio che surroga la bellezza della natura e dell’universo, e che si ripresenta sotto molte forme diverse, ad esempio negli animali sintetici e negli stessi replicanti.

Il “faraone” Tyrell

Tra i grattacieli immensi spicca il palazzo della Tyrell, la casa produttrice dei replicanti, il quale assomiglia vagamente alle grandi piramidi di Giza se visto dall’esterno, e alle sontuose dimore dei faraoni se osservato dall’interno. Somiglianza che non viene a caso, in quanto il signor Tyrell non è poi così diverso dagli antichi re d’Egitto: ad accomunarli è il fatto di sentirsi dèi, autorizzati dalla propria superiorità (intellettuale per il primo, dinastica per i secondi) a giocare con l’uomo e con l’Universo e le sue leggi. La vicinanza tra Tyrell e il concetto di divinità, tuttavia, non si esaurisce qui, ma si arricchisce di simboli e significati nel momento in cui Roy Batty entra in azione, tirando in ballo anche la Bibbia.

Tyrell
Il palazzo della Tyrell

Roy-Lucifero

L’obiettivo di Roy e dei suoi compagni è quello di trovare un rimedio alla limitazione che caratterizza tutti i replicanti: una vita massima di quattro anni. La data predeterminata di fine vita ha lo scopo di evitare che i replicanti abbiano il tempo di sviluppare sentimenti (e di rimando ossessioni), la cui assenza è sostanzialmente ciò che li distingue dagli esseri umani; è tuttavia evidente come la precauzione non sia servita nel caso di Roy, il quale manifesta una grande paura della morte che lo induce a recarsi presso il proprio creatore per ribellarsi alle sue imposizioni. In questo si rivede la vicenda biblica di Lucifero (il più bello di tutti gli angeli così come Roy è il più riuscito tra i replicanti), che si ribella a Dio e lo attacca assieme ad un gruppo di rivoltosi suoi fratelli; la differenza, tuttavia, è che Lucifero viene sconfitto, mentre nel film Tyrell viene ucciso dalla sua stessa creazione: non poteva che finire così, con il misero essere umano che, dopo aver giocato ad essere Dio, viene punito per la propria superbia. Corrispondenza con Lucifero evidenziata, inoltre, da una frase che Roy mutua (rivisitandola) da William Blake: “Fiery the angels fell (fieramente caddero gli angeli)”.

Roy e la simbologia del Nuovo Testamento in Blade Runner

L’analogia biblica non si arresta con il mito della caduta degli angeli, ma prosegue andando a toccare anche il Nuovo Testamento. Roy Batty è infatti contemporaneamente Figliol Prodigo, Giuda e Cristo: Figliol Prodigo in quanto fa ritorno alla “Casa del Padre”, la Tyrell; Giuda per via del bacio che precede il tradimento; Cristo perché, come lui, è stato dotato dal padre di una vita “a termine”. Proprio l’ultimo di questi parallelismi è il più evidente, e diventa inequivocabile nel momento in cui Roy si conficca un chiodo nella mano; la differenza tra le due figure è però enorme, giacché nei Vangeli Cristo accoglie la missione salvifica di cui Dio l’ha investito e accetta, al contrario di Roy, di morire quando sarà giunta l’ora prestabilita. Infine, è presente in una scena il simbolo biblico della colomba bianca, rappresentazione della pace interiore che Roy Batty ritrova soltanto dopo la lunga lotta finale con Deckard, nei suoi ultimi istanti di vita.

Roy Batty
Roy Batty (Rutger Hauer) con uno dei numerosi simboli biblici, la colomba bianca

Io ne o viste cose che voi umani…

A sopraffare i replicanti e a condizionare tutte le loro azioni è dunque la paura della morte, sentimento tipico dell’essere umano che viene però sviluppato anche da loro, creature artificiali. Nel punto di climax del film, in un discorso che è una delle vette liriche più alte mai toccate dal cinema statunitense (il monologo del «Io ne ho viste cose che voi umani…»), Roy spiega da dove nasce quella paura: egli narra gli orrori, la distruzione, il terrore di cui è stato testimone nel suo breve passato, che costituiscono le esperienze che l’hanno portato a interrogarsi sul significato dell’esistenza. Già nel breve lasso di tempo che ha vissuto, dunque, Roy ha potuto interiorizzare concetti profondi come il tempo e il suo significato, e interrogarsi su cosa ne sarà di tutto ciò che ha vissuto, per giungere alla fine alla conclusione che si racchiude in un’immagine estremamente evocativa: “Tutti quei momenti saranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”. Piccolo inciso: l’intensità di Hauer in questa scena è davvero da brividi.

Il monologo originale

L’umanità in Blade Runner

Ciò rappresenta un pericolo per la Tyrell, perché se un replicante come Roy ha potuto raggiungere una tale sensibilità, arrivando a porsi le stesse domande esistenziali che si pongono gli uomini da millenni, sorge spontanea una questione che nel futuro prossimo (anche nel nostro, non soltanto in quello del film) rischia di diventare estremamente rilevante: come si distingue ciò che è umano da ciò non lo è? Che cosa significa essere umano, che cosa vuol dire essere umano? La legge in Blade Runner tratta i replicanti come macchine in quanto prodotti di un’azienda, e uccidere un replicante non è assassinio ma “ritiro”; eppure, alla luce delle rivelazioni di Roy, è davvero possibile considerarli come semplici oggetti? È etico impiegarli come schiavi nelle colonie? Non solo i replicanti sono esseri senzienti, ma sono capaci di sviluppare sentimenti e di porsi questioni filosofiche, esattamente come fanno gli uomini. E allora si viene a creare nel film una grande ambiguità: diventa davvero difficile distinguere l’umano dal replicante, e nessuno può essere davvero sicuro di essere, effettivamente, umano.

La replicante Rachel

D’altronde, il caso di Rachel è esemplare: lei che si è sempre creduta umana, per via di ricordi d’infanzia che non erano suoi ma appartenevano alla nipote di Tyrell, scopre grazie a Deckard di essere una replicante sperimentale, una replicante cioè alla quale era stata impiantata una memoria per studiarne l’impatto sulla formazione di capacità emozionali. Quando lo scopre, com’è prevedibile, va in crisi, perché crolla tutto il mondo che si era costruita attorno a partire da una convinzione sbagliata. E se Rachel ha creduto per tutto quel tempo di essere umana, come può Deckard essere certo di non essere egli stesso un replicante? 

Rachel
L’affascinante Rachel (Sean Young)

Deckard: umano o replicante?

L’ambiguità è amplificata da un sogno di Deckard, nel quale si vede un unicorno bianco che galoppa in un bosco (e che non era presente nella versione uscita nel 1982; è poi stato inserito a partire dalla Director’s Cut del 1992); alla fine del film, sulla soglia di casa, Deckard ritrova proprio l’origami di un unicorno, lasciato dall’agente di polizia che lo aveva accompagnato nelle indagini. Dettaglio che suggerisce come il sogno possa essere in realtà un ricordo impiantato, al quale l’agente ha in qualche modo avuto accesso. Dunque Deckard è un replicante? Per Ridley Scott sì, per Harrison Ford e il produttore no: l’ambiguità rimane e non è mai stata risolta, ed è uno dei grandi punti di forza del film, perché porta inevitabilmente lo spettatore a porsi domande anche dopo aver terminato la visione, permettendogli di scegliere da che parte schierarsi e lasciando ampio spazio alla sua sensibilità.

Ford e Scott
Harrison Ford (a sinistra) e Ridley Scott (a destra) sul set di Blade Runner (fonte: lostinfilm)

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